Ogni emissione di Btp Italia, a cominciare dalla prima del 2012, ha sempre goduto di buona stampa. Simile il clima giornalistico che ha accolto quella offerta ai risparmiatori da lunedì 4 sino a oggi mercoledì 6 aprile. Si tratta di titoli indicizzati ai prezzi al consumo in Italia, con una struttura finanziaria alquanto complessa, regolarmente ignorata da quanti ne decantano i pregi. Provate a chiedere perché contemplino un coefficiente d’indicizzazione come i Btp-i, pur non capitalizzando l’inflazione, e ne sentirete delle belle.

In ogni caso le sottoscrizioni vanno un po’ a rilento, per cui è improbabile una chiusura anticipata. Sono previsti infatti interessi minimi solo dello 0,4% annuo, maggiorati dell’eventuale inflazione, di volta in volta registrata. Che corrisponde a quanto si ottiene comprando in Borsa la serie precedente. La sola differenza per chi prende all’emissione i nuovi titoli e li tiene sino alla scadenza, ovvero otto anni, è il cosiddetto premio di fedeltà che incide nell’ordine dello 0,05% annuo, cioè una miseria. Inoltre il Tesoro potrebbe anche incrementare un pochino il tasso garantito.

buoni postali 675

La vera novità positiva per i Btp Italia 2024 è in effetti una notizia in negativo: è la prima volta che manca la concorrenza diretta degli analoghi buoni fruttiferi postali (Bfp), nettamente più sicuri, ma non più emessi dal 18-2-2016. Per cui la proposta del Tesoro può essere vista come un’accettabile soluzione di ripiego per proteggersi dal rischio inflazione, sempre presente, ma ora poco sentito. A differenza dei Bfp, essa espone però al pericolo di rimetterci in caso di smobilizzo prima della scadenza. Cosa capiterebbe infatti, dovessero fare presa le voci che di nuovo echeggiano all’estero sull’insostenibilità del debito pubblico italiano? Se la prima emissione scese nel luglio 2012 sotto i 93 euro, quella di adesso potrebbe andare come niente sotto 85. Grazie all’aggancio all’inflazione, è però comunque un’alternativa più difensiva dei normali Btp di pari durata: quelli al 4,5% del marzo 2024, sconsigliabili anche per l’alto prezzo nominale (oltre 126), rendono poi solo lo 0,75% effettivo, sempre lordo.

Il problema è che nell’eurozona non esistono più investimenti, senza rischi e senza qualche limitazione, che offrano rendimenti positivi.

Versione aggiornata dell’articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano il 4 aprile 2016