“Ci si fa un pezzetto”. Emiliano avrebbe detto così. Diceva sempre così. Faceva sempre così. Perché era un cronista. E così facciamo anche noi, che abbiamo avuto la fortuna di conoscerlo e di lavorarci insieme. Dal 2011, quando è entrato nella famiglia del Fatto Quotidiano, diventando responsabile della sezione Emilia Romagna de ilfattoquotidiano.it dopo due anni da direttore-fondatore al Corriere di Livorno, le esperienze al Tirreno e alla Nuova Sardegna e una carriera in giro per l’Italia dopo il master in giornalismo alla Columbia University. Il nuovo impegno Emiliano lo ha raccontato con queste parole, nella biografia che aveva scritto per il suo blog: “Sono arrivato al Fatto grazie a Peter Gomez. ‘E’ il tuo posto’, mi ha detto un anziano collega. ‘Probabile che ti stessero aspettando’. Sono stato anche disoccupato per un anno, giusto il tempo per capire che non sono stato io a dare una vita al giornale, ma è il giornale che ha dato una vita a me. Non bevo alcolici, in compenso fumo un pacchetto al giorno. Allo sport praticato preferisco San Siro, trotto o galoppo, non faccio distinzione. Non ho una mia città: vivo dove c’è da lavorare”. E quindi Livorno. E quindi Bologna. Poi Roma, dal 2013, dove ha curato la nascita de Il Fatto del Lunedì. E dove è morto stanotte, per un infarto. Aveva 46 anni. Troppo pochi, ma vissuti al massimo. E sempre col sorriso. 

“Ci si fa un pezzetto”. Per ricordarlo alla sua maniera. Storie, aneddoti e pensieri dei suoi colleghi del Fatto

•Emiliano era uno degli ultimi. Era uno di quelli veri. Era uno che il giornalismo lo aveva fatto per strada, da cronista e da uomo. Io lo avevo conosciuto a Livorno, quasi vent’anni fa, inseguendo con lui uno scoop. Eravamo diventati amici subito. E non era stato difficile. Nessuno amava la vita come lui. I suoi racconti su quello che gli era accaduto, su quello che aveva visto o saputo, erano sempre degli affreschi affascinanti, colorati e ironici. Dei dipinti vividi delle nostre esistenze che era facile ascoltare per ore. Le sue parole ricostruivano l’eroismo della gente, le passioni delle persone, a partire dalle sue. Davano un senso a tutte le nostre debolezze. Emiliano amava gli esseri umani, s’infiammava per i diritti degli ultimi, ma riusciva a entrare in empatia con tutti. Anche con quelli che in fondo considerava dei cattivi. Per questo era un bravo giornalista. Sapeva parlare con chiunque e chiunque parlava volentieri con lui. Aveva una curiosità infinita e un amore infinito per questa professione che lo aveva spinto a rischiare tutto per fondare un giornale, il Corriere di Livorno. Un piccolo quotidiano da cui se ne era andato quando l’editore aveva tentato di condizionare il suo lavoro. “Con i tuoi soldi ti ci puoi pulire il c…” gli aveva detto prima di sbattere la porta. Pure per questo, sei anni fa, gli avevo aperto subito la nostra. Perché Emiliano aveva carattere e talento. Perché guardava la vita con il giusto disincanto. Ne coglieva il lato divertente, ne scopriva i paradossi e ne disvelava le emozioni. Perché capiva che qui siamo solo di passaggio. E che per questo vale sempre la pena provarci. Fino in fondo. Che la terra ti sia lieve. Ciao Emiliano (Peter Gomez)

•Ci sono persone che vivono la propria vita col sorriso sulle labbra. Ciò non vuol dire che abbiano, come si dice, il sole tasca o che siano felici di loro. Anzi, spesso il sorriso è un modo per esorcizzare i problemi e per rassicurare il prossimo con un’innata gentilezza d’animo. Emiliano era questo. (Antonio Padellaro)

•Emiliano, appena l’ho saputo mi è venuto di telefonarti, di chiederti cosa ti era successo. Di domandarti dove sei adesso. Come abbiamo fatto mille volte nelle nostre interminabili chiacchierate notturne. Sei stato un bravo giornalista. Ma soprattutto hai aiutato gli altri a essere bravi. Mettevi gli altri, i giovani colleghi, prima di te. Senza ostentazioni, ti veniva naturale. Sapevi creare una squadra e far nascere amicizie, legami. Eri capace di sorvolare sui difetti altrui, di tirare fuori il meglio da ognuno di noi. Me lo dicevi sempre: è difficile la vita, ci sono cose tanto più grandi del nostro orgoglio, delle nostre piccole miserie, della carriera o di una firma sull’articolo. Bisogna essere indulgenti, provare a capire gli altri. Vedere, prima di tutto, che cosa hanno di buono. Ci siamo scambiati tante parole. Scherzavamo anche su questo, sulla fine, sul senso che non si riesce a trovare pur se bisogna vivere. E tu vivevi, tanto, ma con candore. Con un fondo di malinconia negli occhi azzurri. Sento ancora il tocco della tua mano sulla spalla quando c’era qualcosa che non andava. Vorrei poter ricambiare adesso (Ferruccio Sansa)

•“Emiliano è morto stanotte”. Stefano Caselli me lo ha detto stamattina quando l’ho chiamato per proporgli un pezzo da affidare proprio a Liuzzi. Il mio primo pensiero è stato quello di ricordarlo rilanciando su Twitter la sua ultima grande inchiesta sul destino dei capi delle Brigate Rosse a decenni di distanza dai loro misfatti. Emiliano aveva scoperto che il capo delle BR romane Valerio Morucci oggi lavora con Giuseppe de Donno e Mario Mori, cioè i Carabinieri della nidiata del generale Dalla Chiesa poi passati ai vertici dei reparti speciali del ROS e dei servizi segreti. ‘Una signora notizia’, l’aveva definita tirando forte dalla sigaretta pendula con gli occhi strizzati, lo sguardo sghembo e l’atteggiamento dinoccolato che lo faceva somigliare a Corto Maltese. Volevo fare un tweet ricordando la sua carriera, dalla Columbia University al Fatto Quotidiano però sempre con la provincia italiana nel cuore: Livorno, Bologna, Belluno, la Sardegna dove aveva lavorato il padre. Invece mi sono imbattuto nei suoi ultimi tweet. Cose come: “Ho sognato la pace tra i fratelli Muccino. Tornavano a vivere insieme a Los Angeles ma anche un po’ più lontano #arenagiletti”, oppure “Adieu chansonnier. Gianmaria Testa” o i ricordi di Lucio Dalla e di Enzo Iannacci e gli omaggi a Dario Fo e Bob Dylan. E mi sono messo a riflettere sulla cifra di Emiliano. Uomo e giornalista. I suoi tweet non sono mai elitari. Non ci sono le rigidità che ci si potrebbe attendere da un cronista del Fatto che si occupa di cose serie. Emiliano non era un giornalista per addetti ai lavori che parlava a un pubblico precostituito. Era un uomo senza steccati mentali che parlava a tutti e soprattutto ascoltava tutti. Se gli veniva in mente il sogno della pace tra i due Muccino lo scriveva e basta. Se ne fotteva se il suo commento poteva essere nazionalpopolare e magari stonava con i pezzi di un grande cronista che scriveva di BR e Banda della Magliana sul quotidiano meno nazionalpopolare d’Italia. Se il tweet sulla lite familiare all’Arena o l’ospitata da Barbara D’Urso arrivava dopo il lancio del suo ultimo articolo serio non era un problema suo. Emiliano era fatto così. Mescolava alto e basso, destra e sinistra, canzoni e inchieste. I generi e i confini ideologici non facevano per lui. Era come un daltonico incapace di distinguere i colori ma che vedeva benissimo il senso del quadro. Grazie a questa sua qualità riusciva a diventare amico di tutti e si infilava negli ambienti più lontani dal Fatto quotidiano, riportando sempre a casa notizie, indiscrezioni, punti di vista diversi. Emiliano era un bravo giornalista all’antica. Non si considerava un ‘puro’, un uomo migliore degli altri. Non parlava solo con i grillini ma anche con i berlusconiani. Non era in confidenza solo con i magistrati ma anche con gli imputati. Il suo ultimo progetto era quello di scrivere un libro sulla storia di Abbatino, il pentito abbandonato dallo Stato dopo averlo spremuto. Ne avevamo parlato l’ultima volta che ci siamo visti. Gli avevo detto da giornalista: “Scrivilo subito Emiliano”. Mi aveva risposto da uomo: “Prima aspettiamo che gli ridanno la protezione”. (Marco Lillo)

•Sono migliaia le telefonate che ci siamo fatti in questi anni. Quasi tutte iniziavano per ragioni di lavoro. Quasi tutte si prolungavano e terminavano con i tuoi consigli, i tuoi punti di vista. Sull’attualità, certo, ma soprattutto su aspetti più privati. In te trovavo sempre la disponibilità ad ascoltare, cosa rara con i ritmi frenetici del nostro lavoro e delle nostre vite. E quando riagganciavo mi restava sempre in mente una frase che mi aveva spiazzato, a volte grottesca (e ti facevo sorridere ripetendola alla prima occasione scimmiottando il tuo accento toscano), a volte profonda. Non racconto aneddoti anche se ce ne sarebbero molti, ma ti assicuro che custodirò il ricordo di questo pezzo di strada insieme. Ciao Emi… (Simone)

•Per me Emiliano era semplicemente il cronista di una volta trapiantato perfettamente nell’oggi. Anche se non abbiamo mai lavorato fisicamente fianco a fianco nella stessa redazione, me lo sono sempre immaginato come uno capace di spremere notizie da qualunque spunto, di coprirti il classico buco in pagina delle nove di sera, incubo di tutti i quotidiani. Credo lo abbia fatto davvero più volte. Mi ricordo qualche chiacchierata sul terrazzo a parlare degli anni di piombo, la sua profondità e competenza. Ma la cosa che davvero conta è che aveva 46 anni e una vitalità intensa, e non doveva assolutamente finire così. Che rabbia, che tristezza. Non avremmo mai pensato di dover rinunciare da un giorno all’altro ai tuoi mitici “pezzetti“. Un abbraccio. (Mario)

•A te dobbiamo tutto. Eri uno dei pochi che riuscivano a insegnare i segreti del mestiere senza mai atteggiarti a maestro. Eppure potevi permettertelo. E poi ti piaceva burlarti di noi, Emiliano, e anche stamattina quando abbiamo saputo, abbiamo sperato che fosse uno dei tuoi tanti scherzi. Ci hai insegnato a usare le parole, ma ora non ne abbiamo per te. Ti vogliamo bene, amico. (David Marceddu, Giulia Zaccariello, Martina Castigliani, Annalisa Dall’Oca, Silvia Bia e tutti i cronisti del Fatto Quotidiano Emilia Romagna)

•Quando qualcuno se ne va così all’improvviso come è capitato a Emiliano Liuzzi è difficile richiamare ricordi felici o aneddoti spiritosi per evitare che ci sia soltanto il lutto ad accompagnare il ricordo di un collega con cui abbiamo condiviso anni intensi al Fatto. Però almeno una cosa vorrei evocarla, anche per i tanti che conoscevano Emiliano soltanto dai suoi articoli o dalle sue interviste. Mi ha ha sempre colpito di lui la capacità di vivere allo stesso momento in epoche diverse, di essere ben ancorato nel presente ma anche immerso in una stagione che – anagraficamente – non poteva essere la sua, quella degli anni Settanta, dei cantautori, dei movimenti, di cui parlava e scriveva come se l’avesse vissuta, come se lui ne fosse un protagonista o almeno un reduce. Aveva l’abitudine spiazzante di portare nella stessa riunione la proposta di una notizia sul Movimento Cinque Stelle e mentre intanto lavorava a un’intervista con quelli della Pfm o con il suo caro Francesco Guccini per poi dedicarsi, subito dopo, a qualche notizia sulle ultime disavventure di quelli della Banda della Magliana. Emiliano è stato uno di quei giornalisti fortunati che hanno saputo trasformare le proprie passioni nell’oggetto della propria professione, e la professione in una delle proprie passioni. Tra queste c’è stata, senza dubbio, anche la televisione, soprattutto negli ultimi anni. Scherzavamo spesso, in redazione, sull’incredibile capacità di Emiliano di allontanarsi un attimo, col suo passo felpato, e riapparire un istante dopo sullo schermo sempre acceso nel nostro open space, ora a La7, ora a Sky, ora a Mediaset, o sulla Rai. E’ stato uno dei fondatori e delle colonne del Fatto del Lunedì, esperimento di successo che ha sempre avuto – nel suo alternarsi di inchieste, cultura e spettacoli – anche la cifra del giornalismo che piaceva a Emiliano. Serio e rigoroso quando serve, leggero ogni volta che si può. (Stefano Feltri)

•C’è un’aria strana qui. Più silenzio. Non ti sento canticchiare con quella voce da crooner improvvisato canzoni fanè o improbabili inni calcistici tipo “Bologna Bologna, Bologna campione”. Non sento più quel tuo vocione perennemente al telefono. Non vedo più la tua faccia in tv quando invece avresti dovuto essere davanti a noi. Non sento più quel tuo disarmante “no grazie, sono astemio”. Ma come si fa a uscire a cena con un astemio? Vedi Emi, faccio un elenco di cose che non mi piacevano di te perché l’elenco di quelle belle è più facile. Potrei ricordare quanto fossi generoso e autoironico e tanto basterebbe. Potrei raccontare del 2012, di quando ci conoscemmo in Emilia subito dopo il terremoto e tu venisti a prendermi alla stazione di Bologna e dopo nemmeno un’ora eravamo già a parlare del Livorno, del Torino e di canzoni. E di come lavorammo insieme per tre giorni costantemente in giro, come sempre dovrebbe essere e di come tornai a casa pensando “cavoli questo Liuzzi”. O di quando sentimmo insieme il primo grande comizio di Grillo a Parma, quando quasi nessuno ancora credeva che – nel giro di poco tempo – quel tizio che si dimenava sul palco avrebbe convinto milioni di italiani a votare per i suoi. Potrei continuare, ma lo lo sguardo va oltre il monitor e vedo il tuo. E’ ancora accesso. Davanti c’è un mazzo di fiori che Ettore, uno con cui ogni tanto litigavi (e litigare con te non era facile) ha appoggiato in silenzio con gli occhi rossi di lacrime. Le stesse che mi sento addosso ora, mentre vorrei ancora una volta poter gridare “Ma dove cavolo è Liuzzi?”. E invece c’è silenzio. Ciao Emi. (Stefano Caselli)

•Caro Emiliano, scrivo a te, proprio a te perché non posso pensare e non voglio pensare che tu non ci sia più. Eravamo prima di tutto amici più che colleghi. Insieme parlavamo soprattutto delle nostre vite. La tua così movimentata, appassionata, come la tua vita da giornalista. A volte ti dicevo che sembravi un fumetto e tu ridevi. E’ a te, caro amico, alla tua intuizione sensibile che devo un incontro importante. Ti ho visto appena un paio di giorni fa ma l’ultima indimenticabile chiacchierata, di quelle che ci piacevano tanto, l’abbiamo fatta un paio di settimane fa. Eri allegro e ci siamo salutati con un gran sorriso. Il tuo sorriso che porterò sempre con me. (Antonella Mascali)

•Partecipai con allegria alla nascita del Corriere di Livorno di cui Emiliano fu il fondatore e il calciatore Lucarelli lo sponsor. Non aveva neanche 40 anni ma sempre pronto a gettare il cuore oltre l’ostacolo e poi andare a riprenderselo. Me lo presentò Gianni Perrelli, il grande inviato de L’Espresso, che per il CdL avrebbe fatto il commentatore politico. A me invece Emiliano chiese di curare la rubrica settimanale del La Posta del Cuore. Voleva fare di me la Natalia Aspesi de noantri. Per convincermi venne alla presentazione del mio libro “Bella e D’Annata” alla Versiliana. Impossibile dirgli di no. Acconsentii ma a condizione di farla a modo mio, ironica e dissacrante. Mi diede carta bianca. La mia collaborazione durò circa un anno. Non fui mai pagata. Emiliano ne fu rammaricato ma le promesse economiche del calciatore rimasero su carta (straccia). Poi con Emiliano ci siamo ritrovati di Fatto. Emi, t’immagino adesso da “lassù”, con aria sempre scapigliata a dirci con quel tuo fare scanzonato: “Ragazzi, non sapete quanto è bello qui… adesso ve lo racconto io il Paradiso!”. Ecco, spero proprio che sia così. Intanto buon cammino, buona luce… (Januaria Piromallo)

•Emiliano, grazie di tutto. You’ll never walk alone. (Roberto Beccantini)

•Aveva dentro, quando lo ascoltavi, quando ti spiegava una notizia o ti raccontava che cosa aveva detto in uno studio televisivo o scritto in un tweet, quello che tutti noi che facciamo questo mestiere vorremmo e dovremmo avere. La voglia di essere giornalisti, sino in fondo, sempre. Qualcosa che all’inizio forse abbiamo posseduto tutti (qualcuno forse no), ma che poi abbiamo cominciato a trascurare. Lui no. Ecco, parlare con Emiliano serviva a riscoprire quel sentimento, quella sensazione. A non dimenticarlo. Ciao Emiliano, ci siamo conosciuti troppo poco ed è colpa mia. Eri un buono e questa è la cosa più importante. (Ettore Boffano)

•L’anno scorso ci siamo trovati per caso su un treno che portava te a Livorno e me a La Spezia. Ci siamo incrociati tra una carrozza e l’altra, e quando mi hai visto sei tornato a prendere la tua roba al tuo posto e sei venuto a sederti vicino a me. Abbiamo parlato a lungo, mentre il treno macinava i chilometri di mare. Abbiamo parlato del giornale, delle sue sorti, di quello che ci sembrava essere il futuro, impegnativo, come è sempre stato qui dentro, ma pur sempre “l’unico posto in cui è bello lavorare”. Abbiamo parlato delle nostre vite private, di come sia difficile conciliare lavoro e figli e di come sia difficile spiegare ai nostri bambini perché non torniamo la sera in tempo per metterli a letto. Abbiamo riso, ma soprattutto sorriso, ed è la cosa che più mi mancherà di te, la capacità di sorridere. Anche quando, un paio di settimane fa, ci siamo ritrovati a parlare dei nostri cuori un po’ malandati, mentre si citavano betabloccanti e calcio-antagonisti, tu sorridevi e mi dicevi: “Il rischio è di diventare schiavi”. Ecco, Emi, tu non sei mai stato schiavo di nessuno. Eri un uomo libero. E sorridente. (Silvia D’Onghia)

•Dicevi che le cose o si imparano in strada o niente. Nell’inverno del 2013 ci hai prese e sballottate per tutta l’Italia all’inseguimento di Grillo e dei suoi comizi. C’eravamo sotto la pioggia battente di Ferrara o la neve di Bergamo. Una sera hai chiamato: “Grillo va sul Vajont, andiamo anche noi”. Le tue non erano richieste, ma comunicazioni: se vuoi fare la giornalista, o così o niente. Abbiamo seguito il camper di Grillo in tutti i paesini sperduti e abbiamo ascoltato ogni discorso. Una mattina mentre noi cercavamo le dichiarazioni, tu sei scomparso e sei tornato con l’intervista. Un’ora sul camper mentre noi fissavamo quella porta chiusa con la rabbia di non poter essere lì dentro con te. Era la prima di Grillo. L’hai scritta in quaranta minuti seduto in un bar dove c’era solo casino. Ti abbiamo riportato il computer mentre giocavi a flipper con la sigaretta in bocca: “Riletta? Andava bene? Ora dobbiamo inventarci qualcosa di diverso per domani”. (Martina Castigliani e Giulia Zaccariello)

•Con l’amico Natangelo scherzavamo su Emiliano, ogni qualvolta che passeggiava nei corridoi della redazione, canticchiando con la sua voce bassa e un po’ roca, cimentandosi con pezzi come Una rotonda sul mare, Lisa dagli occhi blu, Vedrai vedrai, Caruso o Il cielo in una stanza. Parlavamo spesso, di musica soprattutto, e di concerti. Quello dei Clash, “il migliore in assoluto”. Una volta firmammo anche un articolo insieme sui plagi musicali, che oggi in Rete si trova solo su Dagospia, ca va sans dire. Mi mancherai molto Emilia’, te ne sei andato senza dir nulla, come quando ti si cercava in tutta la redazione e invece poi ti si vedeva distrattamente sullo schermo della tv, magari ospite dalla D’Urso. (Pasquale Rinaldis)

emi•Tre marzo 2013, hotel Saint John di Roma. E’ il giorno del primo meeting degli eletti in Parlamento del Movimento 5 Stelle. La ridda di giornalisti è inimmaginabile, le facce dei vari Di Battista, Di Maio, Taverna ancora semi-sconosciute. L’albergo è letteralmente preso d’assalto così come i neo-parlamentari che guardano stralunati verso le decine di telecamere puntate su di loro. A un certo punto la direzione dell’hotel, incalzata dalle proteste dei clienti, decide di cacciare le varie troupe che stanno bivaccando nella hall. Non la squadra del Fatto Quotidiano/ilfattoquotidiano.it. Non in virtù di qualche accordo segreto con Grillo e Casaleggio, ma perché Emiliano, la sera prima, ha pensato di prenotare una stanza al St. John. Così, quando l’arcigno portiere arriva da noi per farci sloggiare, Liuzzi risponde etereo: “Ma come? Noi siamo vostri clienti”. E così, grazie alla sua intuizione, abbiamo sbaragliato la concorrenza delle altre testate. Un genio. (Lorenzo)

•Fumava. Tanto. E sorrideva. Sempre. Era facile innamorarsi dell’uomo più che del giornalista. Perché le miserie di questo mestiere le aveva già conosciute e vissute quasi tutte, quindi non gli dava peso: sapeva bene quel che valevano. Lavorare con lui era facile. Aveva sempre mille idee, spunti e una memoria di ferro. Poi, cosa rara dell’ambiente ma per fortuna norma qui al Fatto, condivideva professionalmente tutto ciò che poteva. Distribuiva sorrisi e idee. Conosceva le “passioni” di molti di noi. Ogni volta che aveva uno spunto sull’universo renziano, in cui sapeva io ero ormai inghiottito, ne parlavamo. E nove su dieci erano buone. Amava approfondire e sapeva anche come farlo. L’ultima volta che abbiamo lavorato insieme a un servizio ne sono uscite due pagine sul giglio magico piene zeppe di notizie, retroscena, piccoli particolari che era bravissimo a scovare. E li sapeva scovare perché ascoltava e ricordava tutti e tutto. Era un piacere lavorare con lui. Curioso, attento, calmo. Non alzava mai la voce. Al massimo gli spariva il sorriso dal viso. Appena per pochi istanti. Forse perché da uomo sapeva riconoscere gli uomini e perdonarne miserie ed errori. Amava questo giornale. Poche settimane fa abbiamo pubblicato un’inchiesta su Marco Carrai. Il giorno dopo ne era entusiasta e snocciolava mille spunti, idee, aneddoti. Per approfondire. Capire meglio. Fare i giornalisti. Quell’inchiesta è il suo ultimo post. Mi insulto oggi per non avergliene chieste altre mille di storie. (Davide Vecchi)

•Quanto ci siamo divertiti in questi cinque anni che abbiamo avuto la fortuna di incrociarci? Noi tanto, Emiliano. Del resto a lavorare con te non ci si annoiava mai. “Vai! Parti!”, ci dicevi sempre: perché il giornalismo per te era andare, vedere, raccogliere storie, emozionarsi e poi scrivere. Forse è per questo che camminavi tanto: ogni pomeriggio, cascasse il mondo, tu avevi bisogno di farti un giro tra i portici di Bologna. Non abbiamo mai capito perché e che cosa pensassi in quei giri che duravano anche un’ora. Di certo, quando tornavi in ufficio e ti mettevi a scrivere ti venivano fuori degli attacchi da Dio. Le facevi anche all’isola del Giglio le tue camminate, ricordi? Qualche anno fa, nei giorni del naufragio della Concordia, mentre tutte le tv del mondo si accalcavano alla ricerca di scoop (e noi due con loro), tu passeggiavi sul lungomare e pensavi. Il pezzo migliore di tutti l’indomani in edicola era il tuo. E noi li a chiederci come facevi. Forse perché, nella catapecchia dove avevamo trovato precario alloggio quel lontano gennaio, la sera ci rubavi tutte le stufe per metterle nella tua stanza e ti addormentavi cantando le canzoni di Jannacci? Forse anche per questo scrivevi così bene? Alle prime scosse di terremoto in Emilia ci mandasti subito a documentare che cosa stava succedendo. Anche in quel caso:”Vai! Parti”. Fossero state anche le tre di notte. In mezzo al tanto dolore di quei giorni, noi cercavamo anche di ridere un po’: ti prendevamo in giro perché avevi paura delle scosse che arrivavano in continuazione, ma non volevi ammetterlo. Ricordi quando saltammo fuori da un bar che aveva cominciato a tremare? E quella notte a dormire praticamente per strada? Eppure non scappavi Emiliano: vincevi le tue paure per stare lì, dove potevi sentire l’odore delle storie che scrivevi. Sapevi anche farci commuovere. Come quella volta che uno di noi due ti disse che sarebbe presto diventato genitore, un po’ timoroso nell’immaginare la tua reazione: “Prima pensa alla carriera! Che diavolo fai!”. E invece la tua risposta fu una sorpresa: “Che bello, sono la cosa più bella i figli”. E il tuo aiuto al giovane papà non è mai mancato. Del resto dei tuoi figli ci parlavi sempre e ci raccontavi come crescevano. Quanti ricordi, Emiliano. La Sardegna, che amavi quasi come la tua Livorno, era sempre nei nostri discorsi, come una terra promessa in cui un giorno, tutti insieme, magari anche con tuo padre Livio, avremmo potuto incontrarci per parlare come vecchi amici di politica e delle canzoni di De Andrè. (di Giulia Zaccariello e David Marceddu)

•Stamattina il tuo pc era aperto al solito, con un articolo a metà. Eri di spalle Emiliano, alla nostra fila di Konduz. Le cuffie in testa, quei bastoncini esotici da sgranocchiare, le sigarette buttate sulla scrivania. Un giro d’orologio e sbucavi altrove, in televisione. Poi di nuovo lì, al tuo posto. Avevi una faccia antica, da pirata gentiluomo, e una corazza strana, che invidiavo: la cattiveria del nostro mondo ti meravigliava sempre ma tu reagivi rimanendo dritto in piedi. Abbiamo fumato insieme milioni di sigarette, parlando di vita e di morte e di questo nostro lavoro che talvolta fa male allo spirito e al corpo. Sei stato un assolo di infinita leggerezza tra righe di piombo cupo. Ti chiedo scusa per un paio di cose che adesso saprai sicuramente, trovandoti nella verità. Addio Emiliano. (Fabrizio)

•Novembre 2012. Nicolò è nato da un mese. I miei venerdì pomeriggio li passo sui treni che da Milano portano a Napoli. Stazione centrale di Bologna. Dai finestrini sporchi di un Frecciarossa la scenetta è di esilarante dolcezza: Emiliano accovacciato, il figlio in piedi tra le sue braccia, entrambi guardano verso destra. E ridono a crepapelle, fissando qualcosa che non conosco. Lo chiamo. “Uè uè, ma di cosa state ridendo?”. E lui, con quella voce che ti mette buonumore a prescindere dalle parole: “Dei treni che passano. Al piccolo piacciono da morire, si diverte un mondo. E io, beh, se ride lui rido anch’io”. Sorriso contagioso di un uomo dallo stile contagioso. Che era impossibile non stimare. (Pierluigi)

•Un pomeriggio di 5 anni fa Peter Gomez mi ha presentato Emiliano Liuzzi e mi ha detto facciamo la sezione Emilia Romagna. Da quel giorno per molti mesi mi sono addormentato e risvegliato con i suoi sms. Emiliano lavorava giorno e notte, 365 giorni all’anno, perché si divertiva. Un divertimento contagioso. Si occupava di tutto, di cose tecniche, di trovare soldi, di come coinvolgere lettori e collaboratori. Dovevamo conquistare l’Emilia Romagna. Le sue soluzioni a tutti i problemi, anche quelli di tutti i giorni, erano sempre creative, a volte sovversive. Ed era impossibile fargli cambiare idea. L’unica possibilità era diventare suo complice. Ed era sempre un gran divertimento. (Billy)

•L’ultima volta che ci ho parlato l’ho cazziato: Emiliano faceva sempre di testa sua, se eri fortunato ti avvisava alla fine quando le cose erano bell’e apparecchiate. La penultima volta invece mi aveva telefonato lui apposta per dirmi che gli mancavano le nostre pause-salotto a lavoro, insieme alle altre colleghe. Era così Emiliano, un professionista e un amico affettuoso, una persona pulita, generosa, sempre sorridente. Sapeva alleggerire, incoraggiare e soprattutto non giudicava mai. Ti porto con me, Emiliano, anche se anche stavolta hai fatto di testa tua. (Paola Maola)

•Emiliano era il frequentatore più assiduo della web tv. Gli piaceva stare con con e a noi piaceva stare con lui. Perché aveva una qualità rara: diceva sempre la verità, anche quando era spiacevole. E più era spiacevole, più lui ci rideva su. Era una persona leggera, mai superficiale, e profonda. (Paolo Dimalio, Samuele Orini e Vincenzo Panio)

•”Come stai Emiliano?”. Cominciavano sempre così le nostre telefonate. Glielo dicevo io prima che me lo chiedesse lui con quella voce così livornese, ruvida ma spalancata al mondo nonostante tutto. Si dice, a ragione, che i giornalisti, inclusi i migliori, eccedano in cinismo e difettino in umanità. Ma ogni regola ha le sue eccezioni, e chiunque abbia conosciuto Emiliano Liuzzi sa che anche per questo era una persona eccezionale. “E allora, come stai Emiliano?”. (Nanni)

•In questo momento sulla tua scrivania c’è un libro sulle Brigate Rosse, una confezione di dolcetti aperti e l’ultimo file ancora aperto. È un articolo che stavi scrivendo, comincia così: “Morire di lavoro”. Ecco, tu non sei morto di lavoro, perché questo lavoro – a differenza di molti di noi – lo sapevi fare con una calma e una freddezza quasi proverbiali. Ti prendevamo in giro, anche per questo: “Liuzzi, tu sì che fai la bella vita”. L’hai fatta, te li sei goduti questi 46 anni. Ma non ci basta, questa consolazione. (Paola Zanca)

•”Quel pazzo di Buonanno della Lega, ha tirato fuori la pistola in diretta con Sky. Io ho lasciato lo studio scandalizzato. Lo recuperate il video per il sito? Vi faccio un pezzetto appena scendo dal taxi”. E’ un sms di Emiliano che ancora conservo. Una rapida chiacchierata con i colleghi della redazione centrale del sito a Milano, il montaggio rapido di Gisella Ruccia e in pochi minuti avevamo un pezzo multimediale che ha fatto il giro della rete. E’ uno dei tanti ricordi legati a lui. E poi il grande orgoglio e l’affetto per i suoi ragazzi della redazione del Fatto dell’Emilia Romagna. A volte partiva con un lungo elenco che poi sfumava. Ecco, loro sono una bella parte della sua testimonianza giornalistica e di vita. (David Perluigi)

•Il sole al tramonto. Qualche star che sfila sul tappeto rosso del Festival di Venezia. Una leggera brezza che arriva dal mare. Io, la mia compagna, Emiliano Liuzzi e sua figlia sul terrazzo dell’hotel Excelsior a pochi metri dal palazzo del cinema del Lido. Un caffè, un succo di frutta, due coca-cola. 54 euro in totale. Liuzzi: “Ci penso io”. Ci siamo amati, odiati, aiutati, respinti e abbracciati. Ti devo tanto. Qualcosa mi dovevi anche tu. Voglio ricordarti così Emiliano. Spensierati e felici su quel terrazzo. (Davide Turrini)

•Qualche anno fa Emiliano è venuto in redazione a Milano prima di aprire la sezione online dell’Emilia Romagna. Doveva capire come funzionava il sito, imparare a mettere gli articoli nel sistema. In quelle settimane si è messo alla pari di colleghi molto meno esperti di lui, si è messo alla pari degli stagisti, senza fare mai pesare gli anni in più che aveva alle spalle. E con lui si poteva passare dal consiglio su come risolvere un problema tecnico al consiglio su come sistemare un pezzo, su quali frasi modificare, senza che questo gli desse fastidio. Questo mi ha colpito di Emiliano. Come stamattina mi ha colpito un’altra cosa. Tutti lo descrivono come sempre sorridente. Ho cercato di ricordare una volta che in quel periodo l’abbia visto di cattivo umore. E non mi è venuto in mente. Ciao Emiliano (Luigi Franco)

•A volte capita che un pezzo scritto da un collega rimanga nel cassetto, perché “scaduto” o perché non era concordato e la redazione ne aveva già pubblicati altri sullo stesso tema. Con te, Emiliano, è successo a ottobre. Nella frenesia delle giornate lavorative, te lo comunicai e tu dicesti “secondo me funziona comunque”, ma senza opporti alla decisione. Ci siamo sentiti altre volte dopo quell’occasione e abbiamo pubblicato altri tuoi pezzi su FqMagazine. Però questa mattina, alla notizia della tua morte, mi è tornato in mente quell’episodio. Ho letto il pezzo. Era bellissimo. Eccolo, Emiliano. E grazie di tutto. (Claudia)

•Emiliano era un generoso, che amava parecchio la vita. Era un cronista, nel senso che andava dritto alla notizia, e chi se ne frega del resto. Aveva l’esperienza di chi è stato in strada, a guardare la realtà negli occhi. Abbiamo anche litigato, perché si litiga tra colleghi. Ma lui non era un rancoroso. Cantava, spesso. Noi ci scherzavamo, su quella sua voce da crooner, e lui sorrideva. Perché gli piaceva cantare, e gli piaceva sorridere. (Luca De Carolis)

•“Questa Emiliano non la sapevi nemmeno tu”. Avevo già pronto il tweet da mandarti. Stavo scrivendo un articolo sul tuo amico Lucio Dalla. Poi la telefonata dalla redazione del Fatto.it. Martina non chiama spesso. L’avrò fatta grossa, ho pensato. Macché. Questa volta ad averla fatta grossa sei stato tu. Magari, ogni tanto chiama, anche per non dire nulla, come facevi spesso. Ora ti lascio e, non rimproverarmelo, ti cito: “Non poter contare su chi sai che ci sarebbe stato, rende quasi goffo il dolore, almeno ogni volta che ne senti la necessità”. Ciao, Emiliano, non farmi sentire troppo goffo. (Marco Zavagli)

•Ci sono colleghi che restano colleghi, e colleghi che riescono a diventare amici. Emiliano era uno di questi. Ogni giorno ci si dedicava un sorriso e a volte bastava solo quello. Di lui ricordo tutte le volte che abbiamo riso insieme. Quando davanti alla macchinetta del caffè provava a spiegarmi perché i salotti televisivi erano anche dei luoghi di confronto importanti. Io lo prendevo in giro e lui prendeva in giro se stesso e me. Era sempre così con lui: l’autoironia che diventava anche autocritica. Ecco, Emiliano non è mai stato una persona arrogante, sapeva essere giornalista senza dimenticare l’umiltà. Sapeva tenere insieme questi due aspetti, come pochi riescono a fare. Questo è ciò che provava a insegnarmi e io non posso dimenticarlo. Ci si voleva bene con “Emili”, sinceramente. E il merito di tutto questo grande affetto è solo suo. (Valeria Pacelli)

•Sì è vero, Emiliano sembrava sempre un po’ stranito. Il passo lento, la schiena un po’ ricurva come hanno quelli che in classe sono abituati a stare all’ultimo posto perché sono i più alti. Camminava immerso nel suo mondo. Quando abbiamo lavorato insieme al Fatto del Lunedì era quello che dava una mano, mai saccente e incapace di covare quelle piccolezze che rendono autorevoli anche i piccoli uomini. Ricordo che si doveva intervistare Ambrosoli, ne parlammo e ragionammo, poi lui fece la telefonata e il pezzo uscì con le nostra due firme. “Perché?” Gli chiesi? “Perché alcune domande mi sono venute parlando con te”. In sala TV al Fatto Quotidiano , dove passava per farsi una sigaretta, spesso non salutava ma sapevi che Emiliano era capace di ascoltare sul serio. Non faceva finta. Ascoltava anche immerso nel suo mondo. “Emiliano, ok ho capito ma falla corta” , gli dicevo sorridendo , quando ci si parlava per concordare un pezzo. Emiliano Liuzzi era la sua faccia, le sue espressioni, i suoi sorrisi, era esattamente l’uomo che avevi di fronte. (Elisabetta Reguitti)

•Conoscevo bene Emiliano Liuzzi, ma non bene – non continuativamente – come altri. Non lavorando fisso in redazione, non lo vedevo e frequentavo con l’assiduità di Marco, di Alessandro, di Peter, di Ferruccio, di Stefano. Neanche ho mai cantato con lui al karaoke, in quelli che soprattutto negli ultimi mesi erano diventati veri e propri happening del giovedì. La verità è che mi girano i coglioni. Mi girano profondamente i coglioni. E’ così da mercoledì mattina. Non si può morire a 46 anni. Non è giusto, non si fa. Non si può. E poi, io come tutti, non avevamo mai associato la morte a Emiliano. Mai. Troppo solare, troppo vitale, troppo cazzone. La notizia l’ho saputa tardi, a Ginevra, dopo una data teatrale. Avevamo fatto tardi e mi ero alzato dopo le 11. Mi scrive un messaggio Silvia Truzzi mercoledì mattina, e per una volta non è un messaggio allegro: “Quando puoi chiama, devo dirti una cosa”. Ho subito pensato a qualcosa di brutto, ma mai di così brutto. Non è possibile: non era possibile. So che è stupido dirlo, ma per me non lo è ancora. Non riesco a farmene una ragione. E se non ci riesco io, figuriamoci chi lo vedeva ogni giorno. Quando un amico se ne va, per giunta così presto, accadono due cose. La prima è che si è travolti da un senso di solitudine, perché nulla riempie e svuota come l’amicizia. Non oso pensare a chi, a Roma, dovrà lentamente abituarsi a quell’assenza. A quella figura così lunga e dinoccolata, fumettistica, la sigaretta sulle labbra tipo Jigen e gli occhi azzurrissimi. Il Fatto è una famiglia, che litiga e si vuole bene come tutte le famiglie, e in tanti – Travaglio, Gomez, Caselli, Lilllo, Sansa, eccetera – lo hanno raccontato benissimo. Io non posso aggiungere nulla. E neanche voglio. Ma c’è – appunto – la seconda cosa che accade quando un amico se ne va. Ed è l’affiorare di tutti i ricordi. Ricordi che fanno anche ridere.
All’inizio, quando Emiliano aveva cominciato ad andare in tivù assiduamente e io pure, intendo più o meno nel 2012/13 in redazione ci prendevano in giro – anzi: per il culo – perché eravamo interscambiabili. Fungevamo nei talk show da “grillologi”. Eravamo quelli che nei dibattiti dovevano “spiegare i 5 Stelle” senza per forza sostenere che Grillo fosse Goebbels e Casaleggio Himmler. Ovviamente i detrattori, e ne avevamo tanti, ci chiamavano “grillini”. In redazione la presa per il culo derivava dal fatto che, se Emiliano andava in tivù, gli dicevano che lo avevano chiamato perché io avevo detto no: come sostituto, come riserva. E a me dicevano lo stesso. Ne ridevamo spesso. Ricordo che una volta, una sola, lo chiamai incazzato perché mi aveva aggiunto di sana pianta quattro righe per un pezzo sul Fatto del lunedì. Gli dissi: “Emiliano, che cazzo hai fatto? Io neanche le penso quelle così lì, porca puttana”. Lui mi smontò subito, con quella sua parlata buona e strascicata, con quel suo modo di ammettere subito l’errore e quella maniera – tutta sua, rara e splendida – di farti capire immediatamente che in fondo stavamo parlando solo di un “pezzetto”. Cioè di cazzate. Così, dopo neanche trenta secondi, mi disinnescai e passammo subito a cazzeggiare di donne, politici improponibili e musica. Una delle tante passioni che avevamo in comune. Eravamo interscambiabili anche in questo: “Chi lo fa il ricordo di Jannacci, Liuzzi o Scanzi?”; “E Lou Reed? E David Bowie? Senti Emil o Andreuccio” (è Marco che mi chiama ogni tanto “Andreuccio”: quel maledetto). I ricordi affiorano, e prima o poi arriva l’ultimo. Giovedì scorso. Giovedì 31 marzo. Alla sera sarei stato a Otto e mezzo. Vado in redazione, mi metto nel mio anfratto a scrivere e poi vado a prendere un tè alla macchinetta. Ovviamente lo trovo. Nei miei ricordi Emiliano vive sempre davanti alla macchinetta del caffè. Non so quando diavolo scrivesse (e lo faceva di continuo, e bene): era sempre lì, davanti alla macchinetta, a telefonare a chissà chi. Gran parlatore, attaccava e non finiva più. Almeno mezz’ora. Anche quel giovedì. Ho una ritrosia atavica per chi parla tanto, ma Emiliano non mi annoiava mai. Passava con naturalezza dai suoi aneddoti prodigiosi su Mediaset (“Non ci andare dalla D’Urso, dai”, “Ma sì, ora vediamo”: e ci andava ancora) alla politica: sferzante anzitutto coi renziani, ma benvoluto pure dai renziani. Mi raccontò di nuovo le telefonate chilometriche che gli faceva Berlusconi ogni tanto, distrutto dal non contare più niente (“Umanamente non riesci a volergli male, con me e mio padre è stato sempre affettuosissimo”). Mi invitò ai suoi karaoke del giovedì, raccontandomi quanto fossero bravi gli ospiti famosi che ogni tanto comparivano, da Panariello alla Parietti, dai parlamentari insospettabili alla redazione stessa del Fatto, con Travaglio che si esaltava (ovviamente) con Renato Zero. A un certo punto comparve Alessandro Ferrucci. Anche Ferrucci, nei miei ricordi, è un altro che vive davanti alla macchinetta. Amico fraterno di Emiliano e persona di bellezza totale. “Maestro” (il bischero mi chiama così), “questo qua riesce a innamorarsi sempre ogni volta”. “Questo qua” era Emiliano. Ed era vero: mai cinico, sempre sinceramente appassionato e curioso. Un viveur sui generis e autoironico, o così (anche così) l’ho sempre visto. Un cronista vero, un padre buono e un uomo divertito. Emiliano ha vissuto la vita senza sprecare neanche un attimo, cavalcandola con passione e piacere, e chissà come faceva a essere astemio. “Ah, quindi sei come Dylan Dog allora, che si innamora ogni mese”. Credo sia stata l’ultima cosa che gli ho detto, ed è una delle cose che ti fanno male di ciò che è “ultimo”: non sapere che lo sia. O forse no, forse non è stata l’ultima. Forse mi ha fatto una battuta delle sue sui politici che avremmo affrontato nelle ore e giorni successivi: “Li distruggiamo”. Sì, Emiliano. Li distruggiamo. Ma tu di più, e tu col sorriso. (Andrea Scanzi)

•Ciao Emiliano, non posso crederci. Ecco non riesco a pensare ad altro da quando ho saputo che te ne sei andato all’improvviso. Mi piace immaginare che sei partito per una lunga vacanza e che prima o poi ci ritroveremo in una qualche redazione cosmica da dove sarà possibile conoscere in anticipo “i fatti del giorno”. Per me resterai per sempre un giornalista giovane… e quasi rido a pensare che qualcuno già ti considerava tanto esperto e magari un po’ in là negli anni da chiamarti maestro. Succede in un giornale giovane, come il nostro, dove lavorano tanti giovani… In realtà eri un giornalista esperto, informato, uno che ha letto, che ha studiato con la curiosità di chi sa che la cronaca un po’ alle volte diventa storia e la storia bisogna conoscerla se si vuole capire il presente. Con te era bello confrontarsi anche su fatti lontani, su quei terribili anni ’70 che tu non hai vissuto perché proprio in quegli anni sei nato. Ti ricorderò sempre. (Rita Di Giovacchino)

•Che colpo di fulmine, Emiliano. Ti proposi un pezzo sui baroni dell’Università a Rimini, e per due anni non ci siamo più lasciati. Anche a costo di inventarci uno pseudonimo, “come quel personaggio di Chabrol poi citato da Godard”. Eri fissato con “la Bologna che non c’è più”, ma non avevi certo tutti i torti. Il nostro meglio l’abbiamo dato con le telefonate di mezza sera, nei weekend, a discutere, pensa te, dei grandi che se ne andavano uno dopo l’altro. Dalla, Roberto Roversi, Jannacci, Lou Reed, Freak Antoni. Mischiavi ma padroneggiavi tutto, alto e basso, come solo i bravi giornalisti sanno fare. E ogni occasione era buona per divagare, sulle storie d’Italia, sui nostri grandi artisti che citavi a memoria, sulla politica tutta. “L’abbonamento lo farei, ma preferisco usare i soldi per pagare meglio un collega”. “Beatles o Rolling Stones? Gli Stones? Non avevo dubbi”. Ciao amico speciale, non ti dimenticherò (Luca Donigaglia)

Il ricordo degli amici del Fatto Quotidiano

•“Pronto, direttore, dovrei farti un’intervista…”. Emiliano era fatto così: fiero e brusco, fedele e gentile. E con me, un tocco appena di imbarazzo, quello del giovane cronista che hai assunto molti anni fa e per sempre rimane legato da un’intesa che non si spezza. Deve intervistarti e farti anche le domande scomode, quelle che tu stessa gli hai insegnato a fare. Emiliano è difficile pensare che non ci sia e se ne sia andato così all’improvviso. C’è una ingiustizia profonda nella sua morte. Il giornalismo tutto si fa più povero ancora di quanto già non lo sia: perché Emiliano, che il giornalismo lo aveva da sempre respirato, era un vero cronista, non guardava in faccia a nessuno. Inseguiva la traccia e via via ti informava, portandoti a meravigliarti insieme a lui delle sue scoperte. “Ma lo sai che Renzi…”.  “Ma lo sai che la Boschi…”. Come sempre mi raccomandavo: “Sei sicuro?”. Forse mi immischiavo: ma lui sapeva di potersi fidare di me e io di lui. Emiliano e Il Tirreno. Emiliano e Livorno, entrambi “estremi”, fatti uno per l’altro. Spero che avesse di me come direttore un ricordo non cattivo. Io sono fiera di averlo assunto, incoraggiato e insieme certamente qualcosa abbiamo imparato. (Sandra Bonsanti)

•Grande giornalista, grande persona e grande amico. Mi mancherai. Ciao Emiliano! (Luisella Costamagna)

•Non posso credere alla triste notizia che leggo della morte di Emiliano Liuzzi. Cos’ giovane! Lo avevo conosciuto ad una Festa del Fatto e avevo avuto modo di parlarci più volte. persona squisita, gentile e disponibile, per nulla presuntuosa. Mi spiace tantissimo, sono vicina ai familiari e a tutta la redazione del Fatto Quotidiano. Un abbraccio (Monica Stanghellini)

•Dopo Edmondo Berselli, che non è riuscito a conoscere ma che aveva letto per capire “quel gran pezzo dell’Emilia” dove lui, Emiliano, era stato mandato a creare un giornalismo diverso. Per quanto possibile, per quanto possibile, e scusate la banalità. Anni lontani, storie perdute, memorie ora inutili. Dopo Lucio Dalla, di cui era diventato amico e con cui si organizzò la festa per la nascita del Fatto a Bologna. Un giornalista che scrive di sé è patetico. Forse anche quando scrive degli amici. Tanto più se unici. Quindi qui la finiamo. Liuzzi merita altro che il cuore.
E un ragionamento. Era un giornalista con cui non si parlava di giornali. Figlio di giornalista, quindi con abitudini e storie anche belle che pur pesavano. Con lui però non facevi le solite chiacchiere post redazione, con il mondo che gira attorno a quattro pagine e due titoli. Cominciavi allegro, con Emiliano, e finivi quasi subito con un velo di amarezza. Si guardava attorno, capiva, predicava di farsi scivolare addosso tutto, poi la serietà del vivere ci avvolgeva, con le sue durezze, i suoi trucchi, il tentativo disperante di non perdersi. Non sulla carta o in tv, nei percorsi della vita. Di questo si parlava con lui. E dagli con un’altra sigaretta.
I giornalisti, tutti i giornalisti, sono destinati a scomparire quando non scrivono più. Non importa morire. Tutti, proprio tutti. Restano, se restano, per quel poco che sono riusciti ad insegnare ad altri. Il mestiere, certo, e quel che conta di più l’approccio con chi ti sta accanto, con i benedetti-maledetti altri. Emiliano Liuzzi era puntuto, come i suoi occhi blu e la maledetta, eterna sigaretta: eppure rispettava quelli che – altra banalità – si chiamano esseri umani. Tutti quanti, qualsiasi cosa avessero fatto. Non perdonava, mai, sapeva quanto complicata sia l’umanità. Nostra, altrui. E quanto si incrocino. Lo ha raccontato e lo ha insegnato, senza mai volerlo, ai ragazzi che ha incrociato e destinati, se bravi o solo fortunati, a farlo capire a chi è al loro fianco e viene dopo. Se il giornalismo ha un senso, è questo. Una povera catena di Sant’Antonio che fa esistere negli anni una dignità, un sentire che serve a chi resta. Grazie, amico mio, che, appena potevi, mi infilavi in un pezzo su Guccini o su qualcosa e qualcuno che avevamo vissuto insieme. Ciao Federica. Ciao Matilde e Andrea che forse un domani dovrete cercare vostro babbo anche in quel che noi scriviamo in questo giorno e magari vi sembrerà anche lui un trombone. No, non lo era. E’ stato duro e doloroso, non è mai scappato nel guardarsi allo specchio. Ricordiamolo, il più a lungo possibile. (Marco Marozzi)

•Ho appena letto della morte di Emiliano Liuzzi. Mi sembra impossibile. E pensare che la prima volta che vi scrissi fu proprio per un suo articolo su ‘chi era rimasto di Amici Miei’. Gli scrissi affinchè venissero citati gli sceneggiatori. Liuzzi mi rispose il giorno dopo, dandomi ragione e dicendomi ‘ che la dimenticanza era dovuta alla voglia di MANGIARSI l’articolo.’ Una bellissima persona, un grande professionista. Mi mancherà. Permettetemi di unirmi al vostro dolore. Con infinita tristezza (Donatella Rumbo)

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