Il referendum-fine-di-mondo, naturalmente, non è quello sulle trivelle, del 17 aprile: che al massimo, dopo il caso Guidi, potrà servire da prova generale. È quello di ottobre sulla riforma del Senato, su cui Matteo Renzi ha deciso di giocarsi la carriera politica: immaginatelo pensionato, a quarant’anni… Certo, per trasformare un appuntamento così – ci si gioca la Costituzione – in un plebiscito sulla propria persona, la personalizzazione della politica non basta: ci vuole una buona dose di disprezzo per i cittadini. Così, però, rischia di diventare doppiamente impossibile discutere sulla sostanza delle cose. Perché le questioni sono abbastanza tecniche da scoraggiare i più, e perché, stringi stringi, si finirà per votare pro o contro Renzi.

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Eppure, qualcosa si può ancora fare perché l’occasione non vada persa. Intanto, lui, in campagna elettorale permanente, ci sta mettendo del suo per creare un clima da resa dei conti. Poi, si tratta di un referendum confermativo, senza quorum: decide chi va a votare, fossero pure quattro gatti. Ma guai a puntare, cinicamente, sul disinteresse generale, magari immaginando che poi vadano a votare solo i Nostri, quelli più informati-motivati per definizione. I primi sondaggi, infatti, non sono incoraggianti. Quello di Demos della settimana scorsa, ad esempio, dà il Sì a due terzi e il No a un terzo dell’elettorato, proprio fra quanti già dichiarano che andranno a votare.

Il punto è che se uno ne sa poco o nulla – e quanti ne sanno qualcosa? – di fronte all’alternativa secca cambiare/conservare, sì/no, il cuore porta sempre verso il cambiamento, verso quanto si presenta come nuovo. Faccio allora una modesta proposta ai Comitati per il No che si stanno costituendo dappertutto e anche a Genova e Trieste, le mie città. Ricordate ‘I giorni dell’arcobaleno’ (2012), il film sul referendum cileno anti-Pinochet, vinto dall’opposizione proprio caricandolo di messaggi positivi, quando la tentazione era la ricetta dolore & rancore? Ecco, per favore, non presentiamoci all’appuntamento di ottobre rimpiangendo il Senato del 1948: che pure aveva un senso, a differenza di quel mostriciattolo che è il nuovo. Una cosa dev’essere chiara: qui il restauratore è Renzi, il cambio lo vogliamo noi.