Migliaia di lavoratori resterebbero a casa”, così la Cgil nazionale si esprime in merito al referendum anti-trivelle che si celebrerà il 17 aprile. Ed il Pd, per bocca della Serracchiani si attesta sulla stessa linea. E infatti, alla faccia del diritto-dovere al voto, il partito invita all’astensione per far mancare il quorum.

Trivelle, il sito “civetta” di Matteo per l’astensione

Ogni volta è la stessa storia. Ripetitiva, dunque, ed anche monotona. Chiudere un’attività imprenditoriale significa perdere posti di lavoro. Ed allora? Non si deve fare nulla? Non si deve intaccare lo status quo? A parte il fatto che se ci si schiera sempre e comunque a favore dei posti di lavoro, allora, per coerenza, si dovrebbe anche essere contrari alla globalizzazione, che è – essa sì – la causa principale della chiusura di attività imprenditoriali sul nostro suolo o della loro delocalizzazione. A parte questo elemento non trascurabile, il mondo non si deve muovere? Deve rimanere statico?

L’attività di trivellazione in mare è un’attività potenzialmente pericolosa e mette a rischio un’attività invece potenzialmente compatibile con l’ambiente come il turismo (è di questi giorni la notizia dell’ennesima perdita di petrolio in mare).

Ma essa è solo una delle tante attività che ci circondano rischiose o dannose per l’uomo e la natura. Prendiamo l’industria delle armi. Sono 95.000 i lavoratori in Italia, ed il 40% dell’export va nei paesi islamici. Fra le armi, l’export di quelle leggere alimenta in parte guerre o violazione di diritti umani.

All’interno del settore armi, i fucili da caccia. Guai a parlare di eliminare il piombo dalle cartucce. L’industria del piombo dà lavoro a 20.000 persone.

Continuiamo, senza esaurire l’elenco. I famigerati F35 porteranno a regime 6.300 posti di lavoro.

Le grandi opere che devastano il territorio, quanti ne creano? La Tav Torino – Lione mille, per dieci anni. E gli inceneritori? E le centrali a carbone? Questo per non parlare delle industrie che seminano direttamente distruzione e morte. Come l’Ilva di Taranto oggi. O come, in passato, l’Eternit di Casale Monferrato o l’Acna di Cengio. Vi sono stati addirittura interi paesi che hanno prosperato grazie a fabbriche della morte. L’Agenzia Europea per l’Ambiente include nella lista dei siti più tossici del continente ben sessanta fabbriche italiane.

Vi sono poi casi di attività che uniscono sia pericolosità attuale, sia pericolosità dei prodotti. Un lettore così mi segnala che la Terra Valtiberina, al confine tra Toscana ed Umbria, è un posto magnifico. Peccato che sia anche un posto inquinato dai fitofarmaci utilizzati per la coltivazione, tra l’altro, di una pianta dannosa per la salute come il tabacco.

Il fatto è che in un mondo ideale, nel mondo di Utopia, il dilemma posti di lavoro/salubrità ambientale o posti di lavoro/eticità dei prodotti non dovrebbe neanche porsi. Il fatto è che invece quando oggi si pone, e spesso si pone, la bilancia pende sempre e comunque dalla parte dei posti di lavoro.