Le parole pesanti come pietre pronunciate con serenità e pacatezza dalla madre di Giulio Regeni, che ha saputo trasformare uno strazio personale indicibile in una richiesta di verità ineludibile, sono il deterrente più micidiale per sgretolare la mole di bugie accumulata dal regime sull’ennesimo assassinio politico.

Senato, la conferenza stampa dei genitori di Giulio Regeni

A differenza dei casi a cui viene più o meno impropriamente accostato, dall’agguato ad Ilaria Alpi con cui ci può essere qualche attinenze a quello dei due operai rapiti e uccisi in condizioni non chiarite in Libia, “il caso di Giulio Regeni” è solo uno tra i 676 torturati e i 464 scomparsi nel 2015 in Egitto. Non è un caso isolato, come ha ribadito sua madre, e rimanda per il grado di efferatezza e “professionalità” dei torturatori, pienamente attestato dalla autopsia effettuata in Italia, alle pratiche nazifasciste o di vari regimi più o meno apertamente violenti e liberticidi con cui intratteniamo rapporti molto cordiali.

La madre per trovare la forza di guardare il volto difficile da identificare se non per il profilo si è aggrappata all’immagine privata dell’ultima foto scattata prima del viaggio senza ritorno. Noi, che non l’abbiamo conosciuto, per cercare di attenuare il senso di orrore per la sproporzione tra la sua vita solare e la fine a cui è andato incontro ci siamo soffermati sulla foto gioiosa con un micio giocherellone.

Per capire che non era una spia, che non era in guerra contro nessuno, che non sabotava con chissà quali complicità il paese di cui era ospite, che non era coinvolto nei giri loschi in cui la polizia o i servizi egiziani hanno tentato miserevolmente di coinvolgerlo, da ultimo con la buffonata del rapimento-assassinio da parte di una banda di delinquenti comuni travestiti da poliziotti, non occorre essere Sherlock Holmes.

La questione, anzi le questioni, già abbastanza chiare per l’opinione pubblica italiana e internazionale, sono due e tra poco più di una settimana il 5 aprile, quando arriveranno a Roma gli inquirenti egiziani per “confrontarsi” con i titolari dell’inchiesta italiana, le carte dovrebbero essere ancora più evidenti sul fronte investigativo e sulla reazione politica italiana davanti a un possibile ulteriore tentativo di depistaggio.

La prima domanda scontata è se l’Egitto possa permettersi la verità, almeno dopo una serie di bluff vergognosi e rovinosi che hanno scatenato molte manifestazioni e reazioni interne, e la risposta non sembra affermativa.

La seconda è se l’Italia al di là delle dichiarazioni formali sulla pretesa non negoziabile di ottenere giustizia e verità sia determinata e in grado di pretenderla da un paese a cui è legata da interessi geopolitici ed ancor più economici fortissimi. Peter Gomez ha messo insieme le ragioni insuperabili che ci costringono o meglio che inducono il nostro governo mentre si riempe la bocca di richieste di verità “senza se e senza ma” a mettere la coda tra le gambe.  D’altronde ci vorrà poco a vedere cosa ne sarà delle proposte concrete e non dirompenti avanzate da Luigi Manconi per “sollecitare” risposte meno vergognose dall’Egitto: richiamare l’ambasciatore per consultazioni e intraprendere una campagna dissuasiva sul fronte turistico.

Di quanta “benevolenza” in Italia (e non solo)  goda Al Sisi in quanto “argine” riconosciuto contro il terrorismo ne abbiamo prove politiche e mediatiche crescenti (da ultimo anche lo spazio riservatogli da Repubblica).

Ma, a maggior ragione, mi sembra lecito e doveroso domandarsi fino a che punto essere un crociato nella lotta all’Isis possa costituire un bonus illimitato per praticare metodicamente la violenza di Stato, la barbarie legalizzata e il depistaggio istituzionale.