C’è un filo che parte dal dirottamento dell’Airbus della EgyptAir, passa per l’uccisione di Giulio Regeni e arriva ai molteplici attentati che nell’ultimo anno ha colpito il Paese dalla penisola del Sinai fino al Cairo: la difficoltà incontrata dalle autorità nel garantire la sicurezza dei propri cittadini.

Il dirottamento dell’airbus Egyptair MS 181 non è stato un attentato terroristico, hanno fatto sapere le autorità egiziane e quelle cipriote dopo alcune ore di notizie confuse e difficili da verificare. Ma la sostanza cambia poco. Negli ultimi mesi il Cairo ha cercato di recuperare l’empasse seguita alla rivendicazione dello Stato Islamico dell’abbattimento dell’aereo russo decollato da Sharm El Sheikh e precipitato nella penisola del Sinai lo scorso 31 ottobre. Il 10 febbraio il governo egiziano ha firmato un accordo per 700,000 dollari con la Control Risks, una società di consulenza britannica per valutare e poi migliorare la sicurezza negli aeroporti del Cairo, Sharm El-Sheikh e Marsa Alam.

Diversi consulenti per la sicurezza provenienti da Russia, Regno Unito e Germania sono arrivati in Egitto negli ultimi mesi per valutare le procedure di sicurezza adottate negli scali egiziani. Elementi che hanno alimentato una narrativa di governo fiduciosa sull’aumento della sicurezza del Paese anche sul fronte degli attentati. Una narrativa messa in discussione dai dati numerici. Secondo l’Arabic Network for Human Rights, 976 persone sono morte nel 2015 in 400 attacchi contro le forze dell’ordine o attentati avvenuti in diverse aree del paese. La zona più colpita è la penisola del Sinai dove lo scorso anno ci sono stati 75 assalti (mentre 25 sono stati sventati). Un aumento drammatico rispetto al 2014 quando gli attentati registrati furono solo 87 anche se alcuni, come quello di fronte alla Direzione della polizia, furono in grado di colpire il centro del Cairo.

La campagna contro il terrorismo del presidente El Sisi è iniziata nel 2013 dopo la deposizione del presidente islamista Mohammed Morsi. Ma secondo questi numeri sembra non aver sortito nessun effetto sull’attività terroristica nel paese. Dall’altro lato ha portato a una repressione contro i diritti umani senza precedenti e a diversi incidenti che hanno minato anche la credibilità del presidente di fronte all’opinione pubblica occidentale anche in merito ai suoi poteri di coordinamento dell’apparato statale.

Tra questi c’è l’attacco militare a un gruppo di turisti messicani lo scorso settembre nel deserto occidentale e il caso della morte di Giulio Regeni. Secondo il New York Times la morte del ricercatore italiano sta mettendo a dura prova la stabilità dello Stato egiziano. Il rimpasto di governo avvenuto alcuni giorni fa non ha toccato il ministero degli Interni Magdy Abdel Ghaffar.

Michele Dunne, ricercatrice del Carnegie Endowment for International Peace, ha detto al quotidiano americano che gli abusi sui diritti umani e la repressione politica alimentano il terrorismo mentre e minacciano la ripresa economica. Un quadro dove Sisi sembra sempre più in affanno di fronte agli egiziani – il culto del presidente dell’inizio del suo mandato sembra ormai un vago ricordo – e al coordinamento di tutti gli apparati dello stato egiziano.