La lotta contro l’Isis, quella vera, non è mai iniziata”. Lo scrive il sociologo Andrea Orsini nel suo saggio Isis – I terroristi più fortunati del mondo e tutto ciò che è stato fatto per favorirli (Rizzoli). Complicato scrivere di terrorismo in questi ultimi mesi, quando il susseguirsi di tragici attentati sembra dover riaggiornare di continuo il file “Isis”. Ci vorrà ancora un po’ di tempo prima di sapere esattamente chi ha compiuto le stragi di Bruxelles del 22 marzo 2016, eppure nel libro di Orsini alcuni punti fermi da cui partire per un’analisi attenta del fenomeno sia geopolitico riguardo al terrorismo che socio-psicologico sui singoli terroristi valgono ugualmente.

Intanto c’è la “non lotta” da parte di ogni superpotenza mondiale proprio nel cuore pulsante del califfato: la Siria. “La lotta contro l’Isis rappresenta, principalmente, un problema politico, non militare”, spiega Orsini. E per fare capire meglio il concetto cita il generale Camporini: “Un’operazione militare contro l’Isis non presenterebbe problemi sostanziali. Stiamo parlando di un gruppo limitato. Le capacità operative dell’Isis sono molto modeste. Ha tra i 18.000 e i 30.000 uomini, senza il dominio dell’aria. Direi che basta pochino per sconfiggerli”. L’Isis vive perché le potenze che dovrebbero combatterlo hanno deciso che deve continuare a vivere. Almeno per ora”. Colpevoli principali sono i “piccoli Otto”: “da una parte, Russia e Iran e, dall’altra, Stati Uniti, Turchia, Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti”.

La mancanza di impegno americano contro l’Isis dipende dal fatto che vogliono prima assicurarsi un governo amico in Siria, mentre cancellando il sedicente stato islamico, Bashar al-Assad stabilizzerebbe il proprio potere. Discorso non dissimile per i russi che temono anch’essi di perdere il treno del ‘governo amico’ in Siria, tanto che i bombardamenti degli aerei sovietici in Russia salutati da molta stampa occidentale come un toccasana hanno compreso bombe sulla testa sia degli jihadisti che su quella dei ribelli anti Assad finanziati dagli Usa. Per Orsini l’unica soluzione sarebbe il conflitto su terra: “Che i soldati debbano morire per liberare il Medio Oriente dall’Isis è fuori discussione, dal momento che i bombardamenti aerei non sono in grado di risolvere il problema. L’Isis è vivo e vegeto nonostante gli 8912 raid aerei condotti dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti tra il settembre 2014 e il 16 dicembre 2015. L’Isis è composto da un esercito di guerriglieri che possono essere sconfitti soltanto attraverso il corpo a corpo”. Grosse però le responsabilità morali di questo balletto del non intervento in Siria: “In questa situazione, l’Isis prospera, creando ciò che chiamo l’“illusione ottica” dello Stato Islamico, ritenuto forte dai giovani estremisti nelle nostre città, i quali, non conoscendo la complessità della situazione che sto descrivendo, pensano: “Se tutti questi Paesi così potenti non riescono a distruggere l’Isis, chi mai potrà batterlo”.

Ed è qui che si apre la seconda parte del saggio, scandaglio socio-psicologico sulla trafila di tutta quella serie di “terroristi cresciuti in casa (homegrown terrorist)” che hanno insanguinato le città occidentali. Si tratta del modello Dria (Disintegrazione dell’identità sociale, Ricostruzione dell’identità sociale, Integrazione in una setta rivoluzionaria, Alienazione dal mondo circostante), il “modello della morte jihadista” che Orsini ha elaborato dopo aver intervistato personalmente diversi “purificatori” e dopo aver studiato anche il caso recente dei fratelli Kouachi. “La marginalità sociale non discrimina, “accoglie” tutti. È una condizione esistenziale che non può essere guarita dal conto in banca. È, infatti, sbagliato pensare che i “nostri” terroristi siano tutti poveri. Questo è vero per alcuni, ma non per tutti”.

Il dato che invece accomuna poveri e ricchi che finiscono per essere dinamitardi jihadisti non è quello di un presunto lavaggio del cervello, ma qualcosa più a monte, quella disintegrazione dell’identità sociale dovuta ad un trauma esistenziale generico, simile a ciò che può accadere a chiunque, e alla ricerca di una strada per uscirne. Solo qui interviene la conversione che porta alla Jihad, per persone che prima o erano di un’altra religione, oppure musulmani ma non praticanti, a cui si propone l’interpretazione del reale attraverso un’ideologia. Insomma, “terroristi si diventa”, citando l’antropologo Clifford Geertz: “Uno dei fatti più significativi che riguardano l’uomo è che noi tutti veniamo al mondo con l’equipaggiamento naturale adatto per vivere mille tipi di vita, ma finiamo con l’averne vissuta una sola”. “Uno dei fatti più rilevanti che ho scoperto studiando le vite dei jihadisti “cresciuti in casa” – conclude Orsini – è che la comunità jihadista, di al-Qaeda o dell’Isis, dona una quantità immensa di amore ai propri membri, per quanto tale comunità, come ho spiegato parlando della “trappola jihadista”, finisca poi con l’esigere ciò che dona, ovvero la vita”.