Medaglia d’oro. Ai Mondiali di atletica leggera indoor di Portland 2016 Gianmarco Tamberi vola più in alto di tutti. Alto come il suo salto a 2,36 metri: non il meglio che il fuoriclasse anconetano ha saputo raggiungere in carriera (il suo record è 2,38), abbastanza per superare i rivali e riportare in vetta al mondo la piccola Italia dell’atletica leggera. Piccola, perché mai la nazionale azzurra era stata così ridotta ad una rassegna internazionale: appena cinque convocati, chiaro segnale dello stato di crisi del movimento che lunedì aspetta il verdetto sul caso doping delle mancate reperibilità. Il mondiale finisce in gloria grazie all’exploit del singolo (e chissà che Alessia Trost non regali un’altra medaglia, sempre nell’alto femminile) ma sarebbe passato nel totale anonimato a livello di gruppo. E il domani fa paura: da Portland a Roma, dall’oro luccicante di un metallo prezioso al buio dello scandalo, l’atletica azzurra rischia di passare in poche ore dalle stelle alle stalle. Ma Tamberi può essere il faro su cui ricostruire il futuro. 

Dagli Stati Uniti l’Italia torna con una medaglia storica: era da 13 anni che un azzurro non si laureava campione del mondo, Giuseppe Gibilisco nel salto con l’asta a Parigi 2003; a livello indoor bisogna andare ancora più indietro, fino all’oro di Paolo Camossi nel triplo a Lisbona 2001. Soprattutto, però, c’è la consapevolezza di aver trovato un campione vero. La sua gara è stata tutt’altro che perfetta, ma ha Tamberi ha dimostrato una volta di più l’immensa caratura tecnica e mentale. Atleta e istrione, che non ama nascondersi davanti alle telecamere (con la sua inconfondibile barba rasata a metà viso) e davanti ai microfoni. Non andare a podio dopo mesi di ottimi risultati (si presentava con la miglior prestazione stagionale) e dichiarazioni ruspanti sarebbe stato un fallimento. E la giornata non era delle migliori: un passo falso già nella quota d’esordio a 2,20. Poi due volte spalle al muro, ad un passo dall’eliminazione: la prima a 2,29, la seconda a 2,33. Lì Gianmarco ha tirato fuori la sua classe, salvandosi in extremis e saltando al primo tentativo i 2,36 che valgono l’oro. Argento al britannico Robert Grabarz, bronzo al padrone di casa Erik Kynard, solo quarto il qatariota Barshim, campione in carica e favorito.

Questo risultato è la consacrazione di Tamberi: oggi lui è, quasi da solo, l’atletica italiana. I mondiali indoor sono una rassegna particolare, con un range ridotto di gare a cui partecipano solo i migliori. Normale che fossero pochi gli italiani in lizza, ma quest’anno a Portland ce n’erano appena cinque, tre nel salto in alto (Tamberi, Fassinotti e Trost nel femminile). A confermare la grande scuola azzurra nella specialità (dove in passato ci sono stati i trionfi di Sara Simeoni e Antonietta Di Martino), ma anche la totale assenza in altri settori. Discorso simile ai Mondiali di Pechino 2015: zero medaglie, appena 33 partecipanti. Il punto più basso della storia, che rischia di essere riscritta domani, quando il Tribunale del Coni emetterà il verdetto nei confronti degli azzurri accusati di aver eluso i controlli antidoping tra il 2011 e il 2013. Tra loro c’è anche Fabrizio Donato, bronzo a Londra 2012 e capitano della nazionale. Altro chiaro sintomo (vista la natura delle imputazioni) di una crisi tecnica ma anche organizzativa e dirigenziale.

Il futuro non promette molto meglio. Alla vigilia di Portland, il direttore tecnico della Fidal, Massimo Magnani, aveva spiegato che “il vero obiettivo stagionale sono gli Europei di Amsterdam a luglio, dove si potrà valutare la squadra nel suo insieme. Mentre le Olimpiadi, come i Mondiali, sono un appuntamento per pochi”. Vero, perché purtroppo sono pochi gli azzurri in grado di competere a livello internazionale (e saranno ancora meno con l’eventuale squalifica di Donato). In vista dei Giochi i preconvocati sono una ventina, al netto degli staffettist, solo 2-3 con chance di medaglia (e fra loro c’è il figliol prodigo Alex Schwazer). Tamberi, però, col suo talento può cambiare tutto: la quota storica di 2,40m è alla sua portata; a Rio 2016 può riconquistare un oro olimpico che all’Italia in pista manca da oltre trent’anni (dopo Los Angeles 1984, solo successi nella maratona o nella marcia). E trascinare tutto il movimento fuori dalla palude. Come fece Mennea dopo Mosca 1980, come fanno solo i grandi campioni che nascono una volta ogni qualche decennio.

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