Sulla pulizia dei suoi atleti Alfio Giomi ci mette la mano sul fuoco. E pure la faccia: “Non voglio neanche pensare all’ipotesi di una condanna. Se squalificano Fabrizio Donato e non lo fanno andare ai Giochi mi dimetto”. Su ilfattoquotidiano.it la difesa del presidente della Fidal si spinge fino al punto di non ritorno, fino a scommettere il suo stesso mandato. Eppure la possibilità di un’atletica azzurra mutilata di alcune delle sue punte migliori alle prossime Olimpiadi è molto più che un incubo. È una prospettiva concreta da prendere in seria considerazione.

Lo scandalo che ha travolto tutto il movimento ormai è cronaca: la Procura Antidoping del Coni ha deferito, con richiesta di due anni squalifica, 26 atleti azzurri. Nessun caso di positività: l’accusa è di aver eluso i controlli tra il 2011 e il 2012, non comunicando la propria reperibilità nei moduli da consegnare trimestralmente, i cosiddetti “whereabouts. Dalle istituzioni ai diretti interessati, tutti scaricano le colpe su un sistema pieno di falle, che proprio in quel periodo stava passando dal cartaceo al digitale. Sta di fatto che dopo il rinvio a giudizio gli atleti andranno a processo. E le tempistiche saranno decisive per la loro presenza a Rio e il futuro del movimento.

L’inchiesta è durata oltre un anno. Ora che si è conclusa, il procedimento dovrebbe cominciare a inizio 2016. Tempo uno-due mesi, a marzo dovrebbe arrivare il verdetto: sostanzialmente, condanna vorrebbe dire squalifica e niente Giochi, assoluzione al contrario via libera per il Brasile. Con l’incognita dei ricorsi, però: la sentenza potrebbe essere appellata tanto dagli atleti nel primo caso, quanto dalla Procura nel secondo. E la questione trascinarsi anche oltre l’estate (il termine per chiudere la squadra è a luglio). Ma qui Giomi non vuole sentire ragioni: “Se vengono assolti in primo grado li porto ai Giochi“. Anche con ricorso pendente? “Assolutamente sì: del resto non sono neanche sospesi, possono e devono gareggiare“.

Questo è lo scenario migliore che tutti si augurano. La squalifica, invece, sarebbe una catastrofe per tutto il movimento. L’atletica azzurra, già messa parecchio male di recente, perderebbe in un sol colpo alcune delle sue poche speranze olimpiche: Fabrizio Donato, l’unica medaglia a Londra 2012 nel salto triplo, il rientrante Daniele Greco, i maratoneti Daniele Meucci (oro europeo nel 2014), Ruggero Pertile (quarto ai Mondiali di Pechino) e Anna Incerti. “Una spedizione partirebbe comunque – chiarisce Giomi -: dei 26 deferiti, solo 5 sono nel gruppo dei preconvocati per Rio. Ma è chiaro che il danno sarebbe enorme, a livello sportivo e anche di immagine“. Per il presidente Fidal gli atleti sono puliti. Anzi, la colpa è di chi adesso accusa: “Il protocollo prevede che gli atleti ricevano un ‘warning‘ per la mancata reperibilità. Loro forse sono stati superficiali, ma il sistema non funzionava e gli avvertimenti dovuti non sono mai arrivati. Oggi quella stessa Procura che all’epoca si dimenticò di recapitare i warning, porta questi ragazzi in tribunale accusandoli di doping“.

C’è un nome che a Giomi proprio non va giù sia finito nell’inchiesta: Fabrizio Donato. “Lo conosco da quando era bambino, col doping non c’entra proprio nulla. Sono vent’anni che fa una vita casa e allenamento, anche solo parlare di mancata reperibilità è ridicolo. Lui è il capitano della squadra e il volto dell’atletica italiana. Lo scriva pure: se lo condannano me ne vado il giorno dopo, perché questo non è più il mondo“. Il processo comincia fra poco. A Rio de Janeiro 2016 l’Italia dell’atletica rischia di arrivare senza i suoi campioni migliori. E forse anche senza un presidente.

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