Bernard Arnault, il patron del gruppo Lvmh, il colosso francese del lusso, fa sempre un po’ paura. Uomo influentissimo in quel di Parigi, tredicesimo nella classifica dei più ricchi del mondo con un patrimonio 2015 di 37,2 miliardi di euro secondo i dati di Forbes, è all’origine, mediante i suoi marchi, di un importante carico di pubblicità. Difficile trovare sui giornali inchieste cattive al suo riguardo. E così nessuno scommetteva sul successo di un documentario, dal titolo “Merci Patron!”, da poco uscito nei cinema francesi, che ha proprio Monsieur Arnault (suo malgrado) come uno dei principali protagonisti.

E, invece, nonostante solo poche sale indipendenti l’abbiano accettato in programmazione, sono già oltre 80mila in poco più di due settimane ad averlo visto: è uno dei successi cinematografici di questa stagione. Il regista è un giornalista, François Ruffin, che compare in tutta la pellicola e in Francia ormai paragonato a Michael Moore. Il regista americano, nel suo film d’esordio, “Roger & Me”, aveva cercato (invano) di incontrare Roger B. Smith, allora amministratore delegato di General Motors, per farsi spiegare il perché della chiusura di un impianto nella città natale di Moore, Flint, che aveva portato al licenziamento di oltre 30mila persone. Ruffin, 41 anni, fondatore ad Amiens, città disastrata del Nord francese, della rivista satirica Fakir, parte con il suo furgone (dove è impresso un enorme “I love Bernard”) alla volta di alcune lande desolate, ai confini con il Belgio, dove Arnault ha chiuso direttamente impianti del gruppo tessile Boussac-Saint-Fréres, che aveva recuperato negli anni Ottanta, o causato il fallimento di altre società fornitrici di Lvmh.

La storia di Boussac-Saint-Frères è assai complessa, perché Arnault, rampollo di una ricca famiglia di Roubaix, aveva rilevato quella società in crisi beneficiando di finanziamenti pubblici e promettendo di mantenere l’occupazione. Ma poi l’aveva smantellata, conservando solo il marchio Christian Dior. In “Merci Patron!” Ruffin intervista alcuni operai, ancora amareggiati nei confronti del miliardario. Poi incontra una coppia di disoccupati da ormai quattro anni, ex dipendenti di Ecce, azienda vicino a Valenciennes: era un’impresa che fabbricava i completi di Kenzo, marchio dell’impero di Arnault, e che ha dovuto chiudere i battenti dopo che Lvmh ha trasferito quella produzione in Polonia. Sono Jocelyne e Serge Klur, che vivono con appena 400 euro al mese. Non possono accendere il riscaldamento e stanno perdendo anche la casa. Ruffin organizza con loro un vero e proprio ricatto: i Klur andranno a denunciare il proprio caso, se Arnault non interverrà. “Con nostra grande sorpresa – ha dichiarato il giornalista – l’imprenditore ha inviato davvero un emissario, per impedire lo scandalo”. Si tratta di un ex uomo dei servizi segreti, assunto da Arnault. L’uomo gestisce la vicenda in diretta, andando più volte nell’umile casa dei Klur, senza sapere che le sue trattative per comprare il silenzio della coppia sono riprese da videocamere nascoste.

Il documentario diventa un ibrido fra un thriller e una commedia (ed è tutto vero). Arnault (anche lui, quello vero) paga un bel po’ di soldi ai due e trova a Serge addirittura un contratto a durata indeterminata a Carrefour, di cui è azionista. Nel film interviene pure Marc-Antoine Jamet, segretario generale di Lvmh (e anche esponente di spicco del Partito socialista), con dichiarazioni assai compromettenti.

La radio Europe 1 aveva invitato Ruffin a una trasmissione. Ma poi il suo intervento è stato misteriosamente annullato all’ultimo momento. È scoppiato un tale putiferio che alla fine la radio ha accettato di invitarlo. Quanto al quotidiano “le Parisien” (proprietà dall’anno scorso di Arnault), non ha pubblicato neanche una riga su questo film di successo. I giornalisti hanno protestato pubblicamente contro il direttore, finora invano. I media francesi, intanto, danno sempre più spazio a “Merci patron!”, “obbligati” dal successo di pubblico. Mentre Arnault resta silente. Sul documentario da parte di Lvmh è arrivato solo un no comment imbarazzato.