Giornalismo investigazione che passione. Sarà che purtroppo questo appartiene ormai più alla pregiata memoria che non all’attualità contingente, è inconfutabile che il cinema (americano) contemporaneo ne stia andando ghiotto. Certo, non è una novità, ed anzi concerne uno dei filoni più proficui della new Hollywood e dintorni, ma ciò che cambia rispetto al passato che creava storie verosimili, è l’ispirazione a indagini realmente accadute quali racconto esemplare/nostalgico di un eroismo, caparbietà ed onestà intellettuale sulla via d’estinzione.

Con il premio Oscar Spotlight ancora in sala, è dunque in arrivo Truth, interpretato dalla magnifica coppia Cate Blanchett e Robert Redford. Scelto da apertura della 10ma Festa del Cinema di Roma per volere del neo direttore artistico Antonio Monda, il film segna l’esordio in regia dello sceneggiatore James Vanderbilt, la cui filmografia in questo ruolo comprende tra gli altri l’ottimo Zodiac (2007) di David Fincher.

L’evento riferito è uno dei casi giornalistici più discussi nell’America di Bush Jr. e prese luogo nel settembre 2004. Al centro dell’inchiesta portata avanti dal programma 60 Minutes la CBS News svelava prove contro George W. Bush alla vigilia del suo secondo mandato. In esse si andavano rivelando alcune lacune dell’allora presidente al dovere militare come pilota della Guardia Nazionale dell’Aeronautica del Texas tra il 1968 e il 1974.

Alla guida produttiva del programma era la reporter investigativa Mary Mapes (Blanchett, splendida come sempre) mentre il glorioso “voce & volto” della trasmissione era Dan Rather (Redford), simbolo incarnato di garanzia e fiducia giornalistica presso i cittadini degli States da un quarantennio. Le prove addotte dalla Mapes contro Bush jr sembravano incontestabili essendo i documenti originali firmati da chi “esentava” George W. da suddetti obblighi militari.

Il punto è che nel 2004 il programma di videoscrittura Microsoft Word era già abbastanza sofisticato da generare documenti vintage pressoché uguali a quelli cartacei degli anni Settanta. A scoprire la possibilità che le prove potessero essere dei falsi sono dei blogger, che trovano in un cavillo ortografico ciò che sarebbe costato il posto (e la vergogna) alla Mapes e a Rather, assicurando la rinnovata poltrona presidenziale a Bush. Da un cavillo, dunque, la ricerca della verità, ovvero la mutazione genetica profonda del concetto stesso dell’indagine dei fatti. A cosa credere nell’era delle plurimedialità, multimedialità e del sovraccarico comunicativo?

Se alla Verità assoluta credono solo le religioni, il giornalismo fa appello al residuo di deontologia e onestà che stanno alla base del praticare questa professione. Altrimenti siamo tutti giornalisti, o non lo è più nessuno. Film teso, solido e compatto, e soprattutto dalla tematica esemplare: da non perdere.

La clip in esclusiva per il Fatto.it