State leggendo un articolo su un quotidiano online, star qui a spiegarvi cosa sia un hashtag potrebbe essere imbarazzante. Per me che sto scrivendo, e per voi che state leggendo. L’hashtag è l’hashtag, e a parte le tante leggende metropolitane sul perché, in effetti stranamente, il simbolino del diesis, meglio noto come cancelletto, si trovi sui cellulari da ben prima della nascita dell’hashtag, che in effetti ne giustifica l’esistenza, tutti sappiamo come funziona. O dovremmo saperlo. Perché, a ben vedere, se uno si fa un giro sui social network, cioè il luogo dove l’hashtag ha cittadinanza e ragion d’essere, sembrerebbe che non proprio tutti tutti abbiano capito esattamente funzioni e quale sia l’utilità del simpatico simbolino.

A lanciarlo, è noto, è stato Twitter. Uno voleva seguire un argomento, non aveva da far altro che mettere l’hashtag e poi la parola che quell’argomento riassumeva. Un nome, un luogo, un evento, quel che è, una parola talmente evocativa da riassumere in sé tutto quel che una parola potrebbe evocare. Sotto quel determinato nome, quindi, il mondo intero. Poi è stata la volta di Instagram, dove l’uso dell’hashtag si è fatto ancora più potente, quasi eccessivo. Più hashtag metti e più ti fai notare, questo il concetto. Così capitava, e capita, di vedere una foto, una foto qualsiasi, e una sfilza di parole che, una dietro l’altra, non è che abbiano esattamente un senso compiuto. Esistono siti dedicati a suggerire agli utenti decine, centinaia di hashtag da inserire sotto foto tematiche. Basta cercare.

Ma c’è di meglio (o di peggio, a seconda di come la si voglia vedere), perché alcuni prendono l’hashtag come se fosse un riflettore (nel senso di luce molto potente) per le proprie riflessioni (nel senso di puttanate elevate a rango di ragionamenti), inconsapevoli che, mettendo gli spazi tra le singole parole, tutto si perde. Così succede di vedere foto di tette e culi con allegate frasi e parole che farebbero pensare a qualcosa di ascetico, di filosofico, di religioso, addirittura. Non che tette e culi non rientrino necessariamente in tutti quei campi, sia chiaro, ma la cosa, su Instagram, a volte risulta un filo forzata. Come dire, a qualcuno è sfuggita la mano.

Perché citare il sole, il paradiso o la libertà nel momento in cui ci si fa un selfie che, per difficoltà geometrica nel riuscire a inquadrare contemporaneamente, appunto, tette e culo, dovrebbe semmai tirare in ballo Pitagora, Euclide o forse addirittura Hawking? Vuoi farci vedere le tette, figurati se ci risentiamo, ma la parola #freedom, magari, lasciamola per occasioni più consone. E perché citare l’abusato hashtag #escile nel momento in cui, in effetti, le si sta uscendo senza se e senza ma? Semmai usa l’hashtag #eccole, o #lehouscite, sarebbe filologicamente più corretto, e le tette, in tutti i casi, le avremmo viste lo stesso.

A tal proposito maestra indiscussa è stata la modella Lucia Javorcekova, che infilatasi nel trend italianissimo dell’escile, partorito per invitare a uscirle alla modella Emily Ratajkowski, altro personaggio che per altro le esce spesso e volentieri, ha sfornato tutta una serie di foto e di hashtag degni di nota, accostando al già abusato #escile perle come #mozzarellona e #santalucia, a dimostrazione non solo di un certo sense of humor, ma anche di conoscenza dell’industria casearia del Bel Paese.

Tornando al tema a noi caro, vero è che gli hashtag servono appunto per mettere in circolo le immagini, quindi l’abc del social in questione prevede che, specie nei primi tempi, si tagghino cani e porci proprio per farsi notare, ma citare Pessoa laddove sarebbe più consono trovare le parole di Riccardo Schicchi, diciamolo onestamente, è esercizio che a volte lascia sconcertati, basiti. Regina in questo è Belen Rodriguez, e chi se no? Lei è capace di sottoporsi a torsioni del corpo come neanche Houdini, pur di mettere in un solo scatto tutto quel che c’è da mostrare, e non si fa cruccio di tirare in ballo sentimenti e parole a caso pur di sottolineare la linea curva del suo corpo. Prova ne è la recente vacanza alle Maldive. Vacanza si fa per dire, vista la mole di foto che ha sfornato su Instagram e gli altri social. Lei al mare, lei in spiaggia, lei che dorme (sì, Belen si fa i selfie anche quando dorme), lei che mangia, lei che ha mangiato, il tutto condito di hashtag improbabili, come il bellissimo #soelcito. Ecco, da studiare antropologicamente sarebbe l’uso dei vezzeggiativi, perché se il sole non è mai sole, se si usa un hashtag, ma diventa solecito, lo stesso dicasi per i saluti, con un via vai di nottine e giornini, così come il mare, le condizioni atmosferiche e tutto quel che può finire da didascalia a una foto, roba da far saltare i nervi a un bonzo tibetano.

I sottopancia televisivi sono stati sostituiti dai sottoculi, o al limite sottotette, con buona pace di chi continua a sostenere, nannimorettianamente, che le parole sono importantiChiaramente, visto che i social servono anche, e soprattutto, per seguire i vip, nessuno si è sorpreso quando anche la gente comune ha iniziato a seguire questo snaturamento della lingua italiana. E nessuno si è sorpreso neanche quando a fianco alle curve di gente come Belen o Giselle sono iniziate a comparire i selfie discinti e contorsionistici della nostra vicina di casa o del nostro vicino di casa. Tutti narcisi, anche a dispetto dell’aspetto fisico e delle leggi della fisica. Nel senso, possiamo anche perdonare certe didascalie, se accompagnano bellezze che ci distraggono, ma in certi casi siamo davvero costretti a concentrarci sulle parole, e allora gli sfrondoni sono ancora più lampanti. Perché oltre che narcisi di colpo siamo diventati tutti citazionisti, come fossimo stati assunti in massa all’ufficio bigliettini dei Baci Perugina. Neruda, Prevert, Garcia Llorca, Alda Merini, non c’è poeta vissuto nel secolo scorso che non sia stato depredato, sempre o quasi a sproposito. Fortunatamente sono tutti morti, e non hanno neanche saputo dell’invenzione dei social network, altrimenti, ne siamo convinti, pur di non vedere le proprie liriche finire a fare da didascalia a questo o quel culo avrebbero rimosso la loro opera omnia, come Blu in quel di Bologna (i motivi sono altri, ma il succo è il medesimo, l’arte non è di tutti, fatevene una ragione). Unica consolazione sapere che di fronte a un bel culo coperto di salsedine spiaggiato in un tappeto di sabbia bianca alle Maldive in pochi si soffermeranno a pensare che forse il buon Giacomo Leopardi non era a questo che stava pensando quando scrisse “il naufragar m’è dolce in questo mare”. Forse.