È durata meno di ventiquattr’ore la commedia di Renzi comandante in capo, che da Barbara d’Urso finge di non avere mai pensato alla guerra. Lo schiaffo americano è arrivato immediato. “L’Italia ha pubblicamente indicato la sua volontà di inviare circa cinquemila italiani”, ha ribadito l’ambasciatore statunitense John Phillips. Ovvio che la decisione finale spetta al governo di Roma, ma – a Washington sono puntigliosi – l’ambasciatore sottolinea pesantemente: “Non si è trattato affatto di un suggerimento o di una raccomandazione da parte degli Stati Uniti”.
Perché nella politica americana, come nel wrestling, ogni colpo è ammesso tranne che le bugie.

Matteo Renzi ospite a Domenica Live

Dunque ricapitoliamo. Dall’Italia, dalla base di Sigonella, partono già droni armati statunitensi su cui il governo ha un controllo meramente formale. Credere che i terroristi jihadisti, se vorranno vendicarsi, si limiteranno a colpire la base americana in Sicilia, è puerile. Il numero delle truppe da inviare in Libia – circa cinquemila – è stato indicato dall’Italia già un anno fa: ministro della Difesa Pinotti, 15 febbraio 2015.

Nel frattempo il premier Renzi ha firmato un decreto per dare il via a missioni dei servizi segreti in Libia con l’aiuto di incursori dell’esercito. Che forze speciali dell’esercito siano subordinate ai servizi segreti in operazioni non autorizzate dal Parlamento è del tutto anomalo, per non dire anticostituzionale, e il fatto che il “pacchetto” sia stato infilato in sordina nel decreto di proroga delle missioni militari all’estero è inquietante. Rivela la volontà del governo di rifuggire al massimo dal controllo delle Camere e dell’opinione pubblica.

Ed è qui che lo show televisivo domenicale del premier mostra il suo significato reale. Renzi è andato a parlare in una trasmissione dove non c’è contraddittorio, dove non c’è spazio per scavare nelle incongruenze del governo più pacchiane. E l’ambasciatore Usa? E la Pinotti? E il decreto sulle incursioni con quali fini?
Al posto di un confronto reale con l’opinione pubblica slogan come “la guerra non è un videogioco”. Si noti in particolare la frase costruita ad arte: “Con me presidente l’Italia non va a fare l’invasione della Libia con cinquemila uomini”. Una dichiarazione che dovrebbe evocare il massimo di decisionismo e di prudenza. Quanto tutti sanno, invece, che appena arriverà uno straccio di luce verde da un ipotetico governo di unità nazionale libico, l’Italia in guerra entrerà. A meno che non si presenti un “caso di forza maggiore” (è successo spesso nel corso della storia…) che porti ad un intervento anche prima.

Si noti di passaggio – sempre a proposito di trasmissioni a tappetino, dove non si fanno domande – l’annotazione di Renzi a proposito dei nostri tecnici rapiti in Libia, di cui due sono stati assassinati. “I quattro sono entrati in Libia quando c’era un esplicito divieto da parte nostra”. Frase di pessimo gusto, pronunciata a cadaveri ancora caldi. Cui l’impresa Bonatti ha replicato di avere agito sempre in stretto contatto con il ministero degli Esteri.

Conclusione: quale sia la strategia italiana di un probabile intervento in Libia continua a non essere chiarito e illustrato da nessuna parte. Quale sia il peso del governo a livello internazionale si è già visto. Lo schiaffo dell’ambasciatore non aumenta di certo il prestigi dell’ “Italia di Renzi”. L’eco si è sentita da Washington a Bruxelles, dove il nostro governo continua a non ottenere la ripartizione obbligatoria dei profughi. E non è una cosa tranquillizzante per i cittadini italiani.