Prima Paolo Gentiloni, quindi Roberta Pinotti. Nelle parole del ministro degli Esteri e di quello della Difesa, l’Italia è pronta ad andare a “combattere” l’avanzata dello Stato Islamico con l’invio di “5 mila uomini” nell’ex colonia. In realtà, per ammissione della stessa Difesa, si tratta solo di “un’ipotesi, non c’è alcuna decisione”. Intanto l’Ambasciata d’Italia a Tripoli ha sospeso le attività ed è in atto un’operazione di rimpatrio dei primi 60 italiani residenti nel Paese nordafricano a bordo di un mercantile maltese, ma la Farnesina specifica che nel Paese nordafricano “si sta svolgendo una delle preannunciate operazioni di ‘alleggerimento’ dei connazionali presenti, non è in corso un’evacuazione”. Intanto 12 barconi carichi di migranti sono stati segnalati a sud di Lampedusa.

“Libia, pronti 5.000 uomini“, titola Il Messaggero un’intervista al ministro Pinotti. Con il Califfato “arrivato a 350 chilometri dalle nostre coste”, Roma si dice pronta a partire e andare a contrastare i miliziani dello Stato Islamico prima che conquistino tutto il Paese africano. Nel testo, in realtà, la Pinotti non dice che l’Italia è pronta a inviare 5.000 soldati, ma che “se in Afghanistan abbiamo mandato fino a 5mila uomini – sono le parole della Pinotti –  in un paese come la Libia che ci riguarda molto più da vicino e in cui il rischio di deterioramento è molto più preoccupante per l’Italia, la nostra missione può essere significativa e impegnativa, anche numericamente”. Quindi il ministro non quantifica il numero di militari che l’Italia avrebbe intenzione di inviare al di là del Mediterraneo.

L’opzione per ora esiste soltanto a livello teorico. “Stiamo parlando di ipotesi, non c’è alcuna decisione“, perché “ogni decisione e passaggio verrà fatto in Parlamento”, specifica il ministro. Che, tuttavia, per parlare dello scenario utilizza l’indicativo futuro: “Disponiamo di tre forze armate più la quarta, i carabinieri, che operano come un tutt’uno. Mezzi, composizione e regole d’ingaggio li decideremo con gli alleati in base allo spirito e al mandato della missione Onu”. Una missione che, nelle intenzioni della Pinotti, ricalcherebbe quella promossa dal governo Prodi in Libano nel 2006. “L’Italia immagina d’avere un ruolo di leadership in Libia come l’abbiamo avuto in Libano, per motivi geografici, economici, storici”. E la coalizione comprenderebbe “la Francia, la Gran Bretagna, la Germania, la Spagna, Malta e altri che aderiranno. Gli Stati Uniti saranno coinvolti nella strategia, quanto alla partecipazione diretta si vedrà”.

Se la discussione, per il momento, avviene solo a livello di ipotesi, le parole dei titolari dei dicasteri italiani hanno degli effetti politici. Al ministro Gentiloni che il 13 febbraio spiegava che l’Italia è “pronta a combattere in un quadro di legalità internazionale”, lo Stato Islamico ha risposto tramite una radio di Mosul: venerdì il radio giornale ufficiale degli jihadisti, diffuso dall’emittente Al Bayan, definiva il titolare della Farnesina “ministro dell’Italia crociata, il quale “dopo l’avanzata dei mujahidin in Libia ha detto che l’Italia è pronta a unirsi alla forza guidata dalle Nazioni atee per combattere lo Stato islamico”.

Lo stesso giorno, il 13 febbraio, l’ambasciata italiana a Tripoli dava indicazione ai connazionali presenti di “lasciare temporaneamente il Paese”. Ma l’invito agli italiani era stato pubblicato già dal 1° febbraio sul sito www.viaggiaresicuri.it del ministero degli Esteri, il quale: “A fronte del progressivo deterioramento della situazione di sicurezza in Libia e degli scontri che stanno interessando il Paese e a seguito dell’attacco terroristico che si è recentemente verificato all’Hotel Corinthia”, la Farnesina rivolgeva “il pressante invito ai connazionali a non recarsi in Libia e a quelli tuttora presenti a lasciare temporaneamente il Paese”. Oggi è in corso un’operazione per il rimpatrio dei primi 60 connazionali che hanno scelto di tornare in Italia, operazione che sta avvenendo sotto la sorveglianza della Marina Militare e di un velivolo a pilotaggio remoto Predator dell’Aeronautica. La Farnesina specifica che in Libia “si sta svolgendo una delle preannunciate operazioni di ‘alleggerimento’ dei connazionali presenti, non è in corso un’evacuazione“. La nave dovrebbe fare scalo a Malta per rifornirsi di carburante, quindi proseguirà la navigazione verso la Sicilia: allo stato il porto di destinazione dovrebbe essere quello di Augusta (Siracusa).

L’ambasciata d’Italia a Tripoli ha sospeso le attività. Il quadro della sicurezza nel Paese si è profondamente deteriorato negli ultimi mesi. In particolare la Cirenaica, dove imperversano i jihadisti, che hanno istituito il “Califfato di Derna” e che ora puntano progressivamente verso l’ovest del Paese, dopo aver preso anche Sirte, a 400 km dalla capitale Tripoli. A rischio sono anche Bengasi e l’area urbana di Tripoli, le due principali città del Paese, dove la Farnesina ricorda “un sensibile innalzamento della tensione anche all’interno dei centri urbani”, che può coinvolgere quindi anche i cittadini stranieri. In generale, si rileva che il quadro generale è “minato da fattori di diversa matrice”. Il Paese dalla caduta di Gheddafi è in preda a fazioni e milizie armate che si fronteggiano rendendo la situazione ingovernabile. Il caos diventa terreno fertile per le azioni “terroristiche“, come l’attentato all’Hotel Corinthia di Tripoli.

“Il peggioramento della situazione – ha spiegato il ministro Gentiloni in una nota – richiede ora un impegno straordinario e una maggiore assunzione di responsabilità, secondo linee che il governo discuterà in Parlamento a partire dal prossimo giovedì 19 febbraio. L’Italia promuove questo impegno politico straordinario ed è pronta a fare la sua parte in Libia nel quadro delle decisioni delle Nazioni Unite”.

Intanto 12 i barconi carichi di migranti sono stati segnalati a sud di Lampedusa, su cui stanno convergendo i soccorsi, coordinati dalla centrale operativa della Guardia costiera. Le imbarcazioni sono a 100 miglia a sud dell’isola e nella zona si stanno dirigendo mercantili, rimorchiatori, mezzi della Guardia di Finanza, della Marina e delle Capitanerie.