Allibita innanzi ai numeri, crescenti, della slavina Trump, una buona fetta delle mie frequentazioni americane medita strategicamente, in caso di vittoria del magnate-magnaccia, di riparare in Canada, al che io li consolo dicendo che noi, in Italia, al ventennio berlusconiano siamo comunque sopravvissuti (male, ma siamo sopravvissuti); eppoi di là del Niagara quel belloccio di Trudeau è altrettanto patinato e non meno deprimente del tycoon newyorchese. Loro che tanto ci coglionavano quale Repubblica delle Banane governata dal Gran Satrapo faccendiere di se stesso, ora rischiano la stessa fine, colla differenza che a maneggiare male gli States può venirne fuori una catastrofe planetaria mentre dell’Italietta colata a picco, dopo breve sciabordio teatralizzato e lagnoso – da parte autoctona, ça va sans dire –, non rimarrebbe che un inavvertibile buco nell’acqua. E grasse risate per tutti.

USA 2016 caucus in Iowa: la sfida tra i Repubblicani

Ora, al di là di ogni stizza perbenista (“ommioddio, come siamo caduti in basso!”), eterno alibi della classe soi-disant dirigente (vedi Mitt Romney, pateticamente, ieri l’altro), qualche riflessione un po’ meno assolutoria – e politicamente più scorretta – va fatta. Riattualizzando quanto Carl Schmitt aveva già intuito nel 1922 (L’epoca delle neutralizzazioni e delle spoliticizzazioni), non è difficile ammettere che oggi ogni conflitto tra contenuti politici è stato del tutto neutralizzato a vantaggio di una sua sostituzione con l’ideologia trasversale del comportamento comune prodotto da un lato dalla prassi economica vigente, che si traduce nell’antropologia generale del consumo che governa ogni tipo attività umana sia nel privato che nel campo sociale, dall’altro dalla realtà tecnologica del discorso e delle relazioni virtuali che si attualizzano tramite internet. In sostanza: nell’orizzonte contemporaneo non esiste più alcun contenuto politico. Il contenuto del discorso pubblico ingenerato da Renzi o Trump, da Hillary Clinton o Marine Le Pen, non ha nulla a che vedere con la politica, ma è del tutto orientato a radicarsi come consuetudine pratica nell’ideologia del comportamento comune: deve tramutarsi o in oggetto di consumo – promuovendo una sorta di identificazione feticciale tra idolo e adepto – o in oggetto sociale multimediaticamente condiviso, cioè ‘virale’. Il resto non conta nulla.

All’interno di questo paradigma, possiamo riscontrare le seguenti tendenze:

1. Associata al regime dell’informazione digitale onnipervasiva, la democrazia tende naturalmente al populismo. O meglio: eternamente ricattata dallo spettro dell’ottenimento e del mantenimento del consenso in presa diretta, essa coincide con il populismo stesso, ossia con la dittatura di una maggioranza di idioti che esercitano i loro diritti imponendo a tutti la loro mediocrità: niente tasse, xenofobia, analfabetismo culturale rivendicato come un valore – tutte tendenze naturali maggioritarie che, in democrazia, anziché venir arginate, dilagano. Nel mondo del cretinismo legittimo è perfettamente normale che vi siano milioni di persone che impazziscono per Sanremo, Zalone (non l’ho visto e non mi piace) o Gramellini, mentre magari non hanno mai nemmeno sentito nominare Musil o Perec, Alain Resnais o Tarkovskij – e certo, certo (come no!), “ognuno ha il diritto di divertirsi come vuole”, “facciamola finita coll’elitarismo da Cassandre rancorose dei presunti intellettuali ‘antisistema’”: essere cinicamente frivoli – magari condividendo cazzate via WhatsApp quindici ore al giorno –, beatamente ignoranti, pure un po’ cafoni e meglio se sfondati di denaro come i Rich Kids of Instagram, è bello sano moderno – e finalmente liberatorio rispetto alle litanie veteromoralistiche – à la Adorno (“era un criptofascista!”) o stile Debord (“un narcisista annoiato persino dal suo risentimento”) – che hanno affossato il dibattito a sinistra negli ultimi quarant’anni.

2. Chiunque confidi nella teoria dell’evoluzione è destinato a ricredersi nel vedere un primo ministro che, rabberciando parole scomposte in eloquente postura da beota, presenta un progetto scientifico caratterizzandolo come “petaloso” o invita, rimanendo serio, a “taggare” i potenziali terroristi; oppure Hillary Clinton, candidata a ‘Presidenta’, presentarsi sul palco del Radio City Music Hall con Katy Perry zinne mezze al vento in tutina a stelle e strisce. Se la politica è questa sorta di porcata acchiappa voti impegnata, in affannosa ricerca di consenso, a imbarcare quanti più mentecatti possibile, allora ha ragione Trump che probabilmente, esattamente come Renzi e Hillary, non crede a una parola di quel che dice ma è convito che alla maggioranza dei balordi che lo seguono piaccia così. Il che è un dato di fatto. Con certa lungimiranza, Platone aveva già ampiamente compreso che “[…] l’ingiusto, se vuole esserlo in maniera perfetta, deve attendere attentamente i propri atti di ingiustizia, senza farsi scoprire. Chi viene sorpreso è una persona dappoco: il colmo dell’ingiustizia consiste nel dare l’impressione di essere giusto, senza però esserlo […] si deve volere non essere giusto, ma soltanto sembrarlo” (Resp. 361a).

Rebus sic stantibus – e andiamo così al nocciolo della questione –, indignarsi contro Trump pensando che le sue bordate populistiche costituiscano un programma politico, e soprattutto che in campo avversario, tra i democrats, vi sia un contenuto politico alternativo, è credenza ingenua e grossolana. Né Hillary né Trump – né nessun’altro politico – hanno oggi qualcosa da dire. Le loro affermazioni non contengono alcuna idea o programma reale. Si tratta solo di capire quale atteggiamento, nell’epoca di internet, possa promuovere un processo di identificazione maggioritario. E l’impressione è che, se anche Trump dovesse perdere le elezioni come individuo, il mondo di domani sarà comunque hegelianamente ‘trumpiano’ quanto all’universalità della sua forma politica oggettiva.