“Credo di non dover temere una smentita affermando che fino ad allora nessun film italiano aveva preso spunto – non dico trattato a fondo – dell’argomento delle emigrazioni dei meridionali al Nord. (…) Gli incontri tra Nord e Sud nei film italiani sono stati sempre in chiave umoristica, se non smaccatamente comica”, spiegò così Goffredo Lombardo, produttore Titanus di Rocco e i suoi fratelli, il tragico capolavoro diretto da Luchino Visconti nel 1960. Film che la Cineteca di Bologna riporta in sala il 7 marzo 2016 (ma in molte città anche nei successivi lunedì del mese di marzo, qui le date) nell’edizione restaurata ed integrale da 177 minuti. E la notazione di Lombardo non è così scontata, perché se c’è un dato importantissimo che lega arte e mercato nel cinema italiano è proprio questo legame tra impegno e ricavi per Rocco e i suoi fratelli: 24esimo film più visto di tutti i tempi in Italia (10 milioni 220mila 365 spettatori), più di qualsiasi Zalone per intenderci, terzo al box office nel 1960 dopo Ben Hur e Spartacus. Insomma, come La Dolce Vita l’anno precedente, il film di Visconti nel suo ruvido bianco e nero (Giuseppe Rotunno), con quelle facce da emigrati lucani che finiscono in uno scantinato della periferia milanese dai muri sbrecciati, dai materassi sfondati e il fumo dell’alito che esce dalla bocca per il freddo, diventa un titolo campione d’incassi.

Significa che quella migrazione Sud/Nord, quel tema, pur trattato con assoluto lirismo, con ieratica enfasi, perfino con momenti d’azione (la boxe) e lunghi movimenti di macchina in esterni, era atteso dal pubblico italiano come fosse un qualsiasi blockbuster hollywoodiano. Un altro mondo, si dirà. Certo, e sarà curioso vedere anche solo quante migliaia di euro farà questa fugace prima visione viscontiana, ma quello che viene definito lo “zeitgeist”, lo spirito dei tempi, della miseria (nobile) dei fratelli Parondi (a proposito, sì Alain Delon era il più bello dei fratelli, ma Renato Salvatori che attori magnifico era?) è fuori discussione.

La drammaturgia avvolgente del raffinato Visconti si fonde con una sorta di profondo desiderio di realismo che oramai, dopo una quindicina/decina d’anni, aveva abbandonato l’addolorata Italia del dopoguerra per un nuovo racconto dell’Italia del boom. L’esplosione di un’ipotetica ricchezza nazionale, quella del settentrione che lavora e produce, Rocco la sbircia dalla grata dello scantinato dove vive, e spera che in qualche modo sfiori anche lui, ma soprattutto la sua famiglia. Solo che, come diceva Visconti, è proprio nella vertigine del ruolo di Rocco/Delon che si infrange ogni tentativo di emancipazione sociale ed economica dei migranti Parondi che come lavoretto saltuario spalano la neve. Visconti, che più volte spiegò di vedere il personaggio di Rocco come il Myskin dell’Idiota (“il rappresentante più illustre della bontà fine a se stessa”), fece comunque ruotare la narrazione attorno a questa figura dolce, affascinante e fragile.

Basato sul libro Il ponte della Ghisolfa di Giovanni Testori, Rocco e i suoi fratelli raccoglie in realtà molte suggestioni letterarie, dal Thomas Mann di Giuseppe e i suoi fratelli allo stesso Dostoevskij, senza dimenticare naturalmente la grande letteratura meridionalista di Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi e Contadini del Sud di Rocco Scotellaro. Sceneggiatura di Suso Cecchi D’Amico, Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa, Enrico Medioli e dello stesso Visconti.

Il Rocco versione Cineteca di Bologna da recuperare in sala il 7 marzo 2016 è il risultato di un nuovo restauro supervisionato dallo stesso direttore della fotografia del film, Giuseppe Rotunno, che recupera i tagli di censura avvenuti dopo la prima alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1960, dove il film non vinse nulla con profonda disapprovazione del pubblico che fischiò durante tutta la premiazione per il Leone d’Oro consegnato ad  André Cayatte per Il passaggio del Reno, pensate un po’. L’aggiunta riguarda le due sequenze della violenza di Simone (interpretato da Renato Salvatori) su Nadia (Annie Girardot) e dell’omicidio della stessa Nadia da parte di Simone.

Insomma, per chi il film lo vide all’epoca, per chi non l’ha mai visto (la prima di questo restauro è stata a Cannes 2015), e per chi vuole ricordare degnamente i 40 anni della morte di Luchino Visconti (17 marzo 1976) ecco il titolo che nel 1960 fece scandalo sotto diversi punti di vista. Le riprese iniziarono il 22 febbraio (pochi giorni dopo la prima proiezione, proprio a Milano, de La Dolce Vita, avvenuta il 5 febbraio 1960) e terminarono il 2 giugno 1960. La Provincia di Milano impedì a Visconti di girare la scena dell’uccisione di Nadia all’Idroscalo di Milano, temendo offendesse quel luogo, così le riprese si conclusero sul lago di Fogliano, in provincia di Latina dove fu ambientata la sequenza. Quando si dice, appunto, lo spirito del tempo, quella migrazione da Sud a Nord racconta in Rocco e i suoi fratelli, è una manciata di terra enorme per la rinascita del paese, è il racconto di un pezzo di storia italiana dolorosa, faticosa, indelebile, ma anche una macchia, un’onta all’epoca da non rappresentare, poi diventata immortale.