A noi giovani militanti socialisti che gli davamo una mano alla metà degli anni Sessanta, Loris Fortuna diceva sempre di avere nel suo programma politico tre riforme “storiche”: divorzio, aborto ed eutanasia. Sembrava impossibile e invece fra il 1970 e il 1978, con governi a guida democristiana, i socialisti, i radicali, i partiti laici e – con scarsissimo entusiasmo –  i comunisti riuscirono non solo a vedere approvate le leggi sul divorzio e sull’aborto ma anche a sconfiggere con larghissime maggioranze i referendum abrogativi voluti dalla DC e dal Vaticano. Poco prima della sua morte prematura, nel 1985, Fortuna fece in tempo a presentare in Parlamento la prima proposta di legge sulla eutanasia.

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Da allora sono passati oltre 30 anni e sono state presentate molte altre pdl sulla eutanasia (fra le altre, molto ben articolate quelle dei radicali e le due firmate da Giuliano Pisapia), ma nessuna è arrivata all’esame del Parlamento, malgrado l’emozione suscitata nel Paese dalle vicende Welby ed Englaro. Anzi, solo la fine anticipata della Legislatura, nel 2012, ha impedito l’approvazione definitiva della “legge Calabrò”, che invece di dare all’Italia un “testamento biologico” simile a quello dei grandi paesi dell’Occidente (alcuni degli  Stati Uniti hanno il living will dal 1976) avrebbe fatto del nostro l’unico paese con “il sondino di Stato” obbligatorio.

Il prossimo 2 marzo, finalmente, le Commissioni Giustizia e Affari Sociali della Camera inizieranno l’esame delle pdl sull’eutanasia, fra cui quella di iniziativa popolare depositata dalla Associazione Luca Coscioni nel settembre del 2013, con 67mila firme di cittadini/elettori: una vittoria che corona anni di battaglia della nostra Associazione, del responsabile della campagna Eutanasia Legale, Marco Cappato, ed anche mia e dei congiunti di Monicelli, Magri e Lizzani, che sono scesi in campo assieme a me e Mina Welby.

Dal 2004, dopo il suicidio di mio fratello Michele, malato terminale di leucemia, che avrebbe voluto l’eutanasia – mi sono impegnato in questa difficile battaglia, evidenziando due delle ragioni principali che rendono giusta ed opportuna la legalizzazione della eutanasia.

La prima è il numero dei suicidi che hanno come movente le malattie (fisiche o, più spesso,  psichiche): oltre 1.000 su un totale di circa 3.000 suicidi ogni anno; più delle morti sul lavoro che giustamente suscitano dolore e indignazione nell’opinione pubblica, provocando le reazioni del Capo dello Stato e del mondo politico. E lo stesso rapporto vale per gli oltre 3.000 tentativi di suicidio.  Nel 2005 “scoprii” e resi noti questi dati, che divennero presto uno dei “cavalli di battaglia” dei sostenitori della eutanasia. Ed è preoccupante il fatto che dal 2010 l’Istat, pur continuando a pubblicare le tabelle sui suicidi, abbia abolito proprio la voce “movente”, la sola che consente di affermare che l’impossibilità di ricorrere alla eutanasia è una delle cause che spingono molti malati terminali al suicidio.

L’altro “cavallo di battaglia” su cui ho puntato fin dall’inizio della mia battaglia è quello della eutanasia clandestina: in base a studi di accreditati centri di ricerca, ogni anno sarebbero 20mila i malati terminali che trovano nell’aiuto di medici pietosi e coraggiosi “l’uscita di sicurezza” da inutili e atroci sofferenze per se stessi e per i propri cari.

Il mio suggerimento ai presidenti delle Commissioni Giustizia e Affari Sociali che inizieranno l’esame delle pdl sulla eutanasia è quello di prevedere, fra le altre, alcune audizioni che aiutino il Parlamento a fare chiarezza su questi due importanti temi: per i suicidi, l’Istat; per la “eutanasia clandestina”, l’Istituto Mario Negri, cui si deve una esauriente ricerca del 2007.  E sarebbe interessante capire perché – dopo il clamore suscitato dai dati di quella ricerca – nessun istituto abbia  più effettuato ricerche su questo tema.

Censura? Autocensura? Al Parlamento il diritto e il dovere di saperlo e di farcelo sapere.