“Diciamo che non veniamo qui per la qualità del cibo…”. Daniele Silvestri osserva rassegnato un piatto di verdure pallide e scondite e una fettina di carne, viceversa, con troppo sugo. Ha un’ora di pausa tra una prova e l’altra e, in questo angolo industriale di Formello (non soltanto patria del quartier generale della Lazio), per pranzare va con i suoi musicisti nella trattoria più vicina al teatro di posa in cui sta mettendo a punto il tour.

I tempi sono strettissimi: venerdì prossimo esce Acrobati (Sony Music), 18 nuovi brani per 74 minuti di musica, sabato si parte per la data zero, Foligno, sold out come tante altre (il tour toccherà 26 città, da Aosta a Palermo, per quasi tre mesi di musica e viaggio, oltre alle otto presentazioni nelle Feltrinelli di altrettanti capoluoghi e lo speciale su Sky Arte il 2 marzo). Al di là di una lieve influenza (“meglio adesso che dopo”), il 47enne cantautore romano fatica a contenere l’entusiasmo.

Silvestri, a distanza di 5 anni da “S.c.o.t.c.h.” e dopo la più che fortunata esperienza del trio con Gazzè e Fabi, come nasce “Acrobati”?

Volevo riscrivere la storia della musica… (ride).

Sia serio.

Partiamo da un presupposto: i contratti con la casa discografica ti obbligano a fare i dischi, è una cosa molto triste. Ho provato a cambiare presupposto: mi sono permesso di farmi entusiasmare da quello che vedevo e sentivo in giro. Durante l’esperienza del trio, fermavo ogni idea che mi veniva in mente su qualsiasi supporto. Chiuso quel ciclo, ho individuato nuovi musicisti che erano in un momento di estrema creatività e ho provato a metterli insieme. Ci siamo dati appuntamento a Lecce: male che andasse era una vacanzetta pagata… Invece è bastato tirar fuori il telefono, riascoltare a caso quelle idee appuntate, vedere la reazione negli altri e chiudersi in studio. Dopo tre giorni avevo in mano – anzi, sull’iPhone – un piccolo patrimonio. Una piantina destinata a far crescere non soltanto questo disco, ma a spargere intorno a sé semi che continueranno a germogliare.

“Acrobati”, che è anche una canzone del disco, ha una copertina significativa (disegnata da Paolino De Francesco): una città vista dall’oblò di un aereo e persone che camminano o si muovono su fili sospesi. Siamo tutti in equilibrio precario?

Acrobati nasce dalla necessità di guardare il pianeta da lontano, con uno sguardo sempre più distaccato. La lontananza crea prospettiva. Capisco che potersi allontanare dalle proprie fatiche e dai propri equilibrismi quotidiani sia un lusso, ma è anche un’arma, un trucco. L’equilibrio di ognuno nasce dalla continua contrapposizione di forze: non esiste un unico modo di tenere il baricentro, stare in piedi dipende anche da quanto vento c’è. Purtroppo viviamo in un tempo che in parte ci siamo creati noi, ma che non ci dà gli strumenti per sentirci sicuri e in equilibrio. Sono un passatista retrogrado: ho sempre pensato che il territorio che mi ospita dal punto di vista delle istituzioni dovrebbe essere il punto più alto dell’attività umana. E invece non c’è una classe politica capace di aiutarmi e darmi una prospettiva, la possibilità di progettare e guardare l’orizzonte.

Ecco, parliamo di politica. In molte canzoni (“Quali alibi”, “La guerra del sale” con Caparezza, e altre) si parla di legge elettorale, governi che nessuno ha eletto, tralicci per difendere il lavoro…

A differenza di prima, la politica entra in modo diverso nelle canzoni di questo disco: era tutto talmente puro e poetico che non volevo piegare la parte musicale ai testi. Ho privilegiato le immagini, le storie, e le storie fanno politica. Ma non ho più 20 anni e mi sento meno in dovere di dire la mia sull’attualità. Sono più libero, anche in questo.

Invece l’ironia torna sempre.

Quella non può mancare. Riguarda sempre la capacità di vedere le cose da lontano. Ridere di una gioia non produce risultati, invece ridere dell’angoscia ti rinnova le cellule e ti svela un trucco, una magia.

Che trucco c’è dietro ai talent musicali?

Il problema non è l’oggetto in sé, ma come lo si usa. I talent non sono sinonimo di abbassamento di qualità, qualcuno di bravo è uscito. E hanno il loro fascino: non certo nella competizione, ma nella fase in cui c’è più libertà, che è garanzia di forme espressive inattese e minoritarie. Di negativo c’è un fatto culturale: il modo in cui ci si approccia al mestiere. Passa l’idea della visibilità immediata, della sapienza basata sulla furbizia. L’arte non può essere solo quel tipo di ambizione.

Cosa le ha lasciato l’esperienza del trio con i due amici Fabi e Gazzè?

La sensazione di aver dato un significato ai 20 anni precedenti, di aver nobilitato il nostro lavoro. Facciamo parte di una generazione musicale che ha tante voci: metterci insieme ci ha fatto diventare riconoscibili agli occhi di tutti. È stata una grande prova di libertà e al tempo stesso di deresponsabilizzazione: tutto era diviso per tre, potevamo anche permetterci di sbagliare, c’era meno paura. E questo ci ha consentito di divertirci. Grazie all’imbarazzo della nudità di fronte agli altri e della fiducia negli altri, ognuno ha dato e ha preso qualcosa.

“Acrobati” è dedicato a Lucio Dalla. Perché?

Lucio è sempre stato nella mia vita, un padre quasi carnale, una fonte inesauribile di stimolo. E soprattutto nella prima parte della sua carriera è stato uno dei massimi esempi di libertà espressiva. Nell’album ci sono suoni o metodi narrativi che per me avevano assonanze precise con lui. La dedica è venuta da sola.

Silvestri, ha lasciato il piatto di verdure…

Il caffè, per favore.

da Il Fatto Quotidiano del 23 febbraio 2016