di Paul De Grauwe * (Fonte: lavoce.info)

Le discussioni sulla Brexit si sono finora focalizzate su una domanda: se per gli interessi nazionali del Regno Unito sia meglio restare nella Ue oppure uscirne. Oggi l’opinione pubblica britannica sembra divisa sulla questione e pertanto l’esito del referendum rimane molto incerto. Molto meno discussa è invece un’altra domanda: se sia negli interessi della Ue che il Regno Unito resti uno Stato membro. A Bruxelles sembrano pensare che la risposta sia positiva: il Regno Unito dovrebbe rimanere membro della Ue e la Brexit sarebbe molto dannosa per il futuro dell’Unione Europea. Ma è davvero così?

David Cameron con sostenitori del referendum sull'adesione della Gran Bretagna alla UE.

C’è una radicata ostilità da parte dei media britannici e di larga parte dell’élite politica del paese nei confronti dell’Unione Europea, ostilità che ha trovato la sua espressione politica nel movimento per la Brexit. I fautori dell’uscita dall’Europa non possono sopportare che il Regno Unito abbia perso sovranità nelle molte aree in cui l’Ue ha competenza. Detestano il fatto che la Gran Bretagna debba accettare decisioni prese a Bruxelles anche quando ha espresso la sua posizione contraria. Per i sostenitori della Brexit il fine ultimo è unico: ridare piena sovranità a Westminster. Quelli che credono che il referendum metterà la parola fine al problema sbagliano.

Supponiamo che i sostenitori della Brexit vengano sconfitti e che il Regno Unito rimanga nella Ue. Ciò non basterà a fermare l’ostilità di coloro che al referendum hanno perso, né a ridurre le loro ambizioni di ridare al Regno Unito la sovranità piena. Una volta appurato che non possono lasciare la Ue, i fautori dell’uscita dall’Europa cambieranno la loro strategia per ottenere la restituzione dei poteri a Westminster e ne adotteranno una in stile “cavallo di Troia”, che implicherà lavorare dall’interno per minare l’Unione. Sarà una strategia mirata a ridurre le decisioni a maggioranza per sostituirle con un approccio intergovernativo.

Lo scopo dei nemici britannici della Ue, quindi, sarà una lenta decostruzione dell’Unione così da raggiungere il loro scopo: ridare potere a Westminster. Si potrebbe ribattere che con una sconfitta al referendum, i sostenitori della Brexit perderanno influenza, ma non lo si può dare per certo. L’accordo raggiunto da David Cameron con il resto dell’Ue non ha ritrasferito neanche un briciolo di sovranità a Westminster. Sarà dunque visto da chi vuole l’uscita dall’Europa come un enorme fallimento e ciò li porterà a intensificare la strategia di decostruzione.

Un nuovo accordo commerciale

In conclusione, non è negli interessi dell’Ue mantenere nell’Unione uno stato che continuerà a essere ostile all’acquis communautaire e che perseguirà una strategia volta a minarlo ulteriormente. E dunque sarà meglio per l’Unione Europea che i sostenitori della Brexit vincano il referendum. Quando la Gran Bretagna sarà fuori dall’Ue, non sarà più capace di minarne la coesione. E la Ue ne uscirà più forte. Il Regno Unito sarà invece indebolito e dovrà bussare alle porte dell’Ue per iniziare i negoziati di un accordo commerciale. Nel frattempo, avrà perso la sua moneta di scambio. L’Ue sarà capace di imporre un trattato commerciale che non sarà molto diverso da quello che il Regno Unito ha già oggi in qualità di membro dell’Unione. Allo stesso tempo, però, si sarà ridotto il potere di uno Stato la cui ambizione è minare la coesione dell’Unione stessa.

(Traduzione a cura di Vincenzo Baldassarre)

La versione originale dell’articolo, in lingua inglese, è disponibile su Ivory Tower.

* E’ professore presso la London School of Economics. Ha insegnato precedentemente presso l’Università di Leuven, ed è stato visiting scholar presso l’FMI, il Board of Governors della Federal Reserve e la Banca del Giappone. E’ stato membro del parlamento belga 1991-2003. Le sue ricerche vertono sugli interessi delle relazioni monetarie internazionali, l’integrazione monetaria, mercati dei cambi, e macroeconomia in economia aperta. Ha conseguito il Ph.D della Johns Hopkins University nel 1974 e honoris causae dell’Università degli Studi di Sankt Gallen (Svizzera), dell’Università di Turku (Finlandia), e l’Università di Genova. E’ un CEPR Research Fellow.