Il Venezuela vive un paradosso impensabile fino a pochi anni fa. E’ questo un paese letteralmente all’orlo del collasso, economico, sociale, politico. Nello stesso tempo è uno dei paesi con le più grandi riserve di petrolio al mondo.

Manca tutto. La disoccupazione cavalca e la gente passa la maggior parte del proprio tempo in fila a cercare di comprare quel che può. Ma i negozi sono sempre più vuoti. Da un paio di anni il cibo è razionato con speciali carte identificative e lettura di impronte digitali al supermercato. Fra le cose più difficili da comprare olio da cucina, farina, latte, sapone. Si va in giro con sacchi di denaro a causa dell’inflazione galoppante, spesso alla ricerca di cibo sul mercato nero. I prezzi sono aumentati del 720% in un solo anno. L’anno prima l’inflazione è stata “solo” del 275%.  Il valore del dollaro americano sul mercato nero è 150 volte in più quello del prezzo ufficiale, circa 1000 bolivares. Un anno fa era a 200 bolivares.

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La carta igienica è un bene di lusso. I pezzi di ricambio delle macchine sono impossibili da trovare. Gli antibiotici sono una rarità. L’elettricità va e viene. Mc Donald’s non ha più patate da friggere. L’acqua è poca e costosa. Si cerca di raccoglierla come si può, anche dalla pioggia o dai ruscelli mezzi secchi. I campi da zucchero marciscono, le fabbriche chuidono, in ospedale c’è carenza di siringhe e di medicine. Le liste di attesa sono lunghissime.  Il porto principale del paese, Puerto Cabello, è deserto. Un tempo erano qui ancorate dozzine di navi con merce in arrivo ed in partenza. Oggi ce ne sono quattro.

Il governo ha da poco annunciato l’emergenza economica. Il tasso di povertà è salito al 76%. L’associazione medica del Venezuela ha fatto appello all’Organizzazione Mondiale della Sanità per aiuto. Manca il 70% del fabbisogno di medicinali. Una delle industrie più redditizie è quella dei rapimenti. L’unica cosa che ancora si trova è la benzina che fino a pochi giorni fa costava meno di un centesimo al gallone, quasi quattro litri. E così oltre ai rapimenti, un’altra industria fiorente è quella del contrabbando di benzina. Soldati, insegnanti, ingegneri, dottori dentisti, contadini: ci si improvvisa tutti contrabbandieri. Si fa il pieno di taniche e le si portano in Colombia, Brasile, Guyana, dove rendono di più. Si calcola che il contrabbando di benzina generi una economia da 2 miliardi di dollari l’anno.

Questo scenario apocalittico è il prezzo della petrol-economia venezuelana. Crollato il prezzo del petrolio, è crollato tutto il resto, visto che non si è sviluppato niente altro qui in modo economicamente sostenibile. Il 95% delle esportazioni del paese è infatti rappresentato da petrolio e affini e gli idrocarburi forniscono al Venezuela il 40% dei suoi introiti.

Ma non è questo solo un petrol-Stato, è anche un petrol-Stato gestito male. Nel 2006 il presidente Hugo Chávez decise di nazionalizzare tutte le operazioni petrolifere, e 16 ditte divennero di proprietà del governo.  Non sono stati capaci di gestire quel che avevano intelligentemente e cosi, pure da prima della crisi, il greggio estratto e gli introiti diminuivano. Hanno anche nazionalizzato molte aziende agricole, fallite pure queste per cattiva gestione, e aumentando la percentuale di cibo importato. Per fare un esempio, nel 2006 il Venezuela era un esportatore di riso. Adesso la metà del fabbisogno di riso è importato.

Non sapendo cosa fare, in anni recenti il governo ha iniziato a stampare sempre più moneta, sperando di poter più facilmente ripagare i debiti. Arriva così l’iperinflazione, il crollo del valore del bolivares e ovviamente all’aumento del costo della merce importata. Poi hanno imposto razionamenti e sussidi, per la merce che c’era. Ma siccome la disponibilità era fluttuante questo ha solo portato a file interminabile e alla proliferazione di vendita di beni al mercato nero, o nei paesi confinanti dove si poteva rivendere il tutto a prezzi più elevati, grazie al fatto che il bolivares non vale quasi più niente.

Di chi è la colpa? Di Hugo Chavez, morto nel 2013? Dell’attuale governo? O è colpa della dipendenza assoluta del paese dal petrolio che non ha saputo sviluppare nessun tipo di vera economia sana e sostenibile?

Ai prezzi attuali il Venezuela guadagnerà solo $18 miliardi di dollari dalle esportazioni di petrolio per il 2016. Il debito da ripagare quest’anno è di $10 miliardi su un totale di $120 miliardi. Restano $8 miliardi di dollari per importare cibo, medicine, e per migliorare la qualità di vita dei residenti. Ma nel 2015 i soldi spesi per le importazioni, quasi tutti per cibo e beni di prima necessità, sono stati $37 miliardi.  Cioè laddove spendevano 37 oggi ne hanno solo 8, un calo di circa l’80%. Dove li trovano gli altri soldi?

Non si sa da dove e se verranno altri fondi. Il Venezuela non ha più rapporti con il Fondo Monetario Internazionale, non ha garanzie sufficienti da trovare prestiti da privati e non ha più riserve da nessuna parte. Il suo debito con la Cina, l’ultimo paese a prestarle denaro, è di $50 miliardi. Anche i cinesi premono per la restituzione del prestito. Standards and Poor valuta il debito del Venezuela “junk”.

Il presidente Nicolás Maduro è letteralmente paralizzato, perché di opzioni ce ne sono ben poche. Per ora il governo ha aumentato il costo della benzina che ora è a 15 centesimi al gallone. Si raccomanda alla gente di coltivarsi il cibo da soli.

Gli analisti prevedono che presto il Venezuela andrà in default. Con tutto il suo petrolio.

Qui le immagini dei negozi vuoti e del contrabbando in Venezuela