A dieci giorni dall’orribile assassinio di Giulio Regeni, nuovi elementi di prova emergono a confermare quanto si era capito fin da subito. Il giovane ricercatore italiano, colpevole di aver svolto in modo professionale e scientificamente corretto un’indagine sui sindacati indipendenti egiziani, è caduto vittima dei servizi di sicurezza del dittatore Sisi, capo di un regime che pratica su larga scala la tortura, gli stupri nei carceri, le sparizioni e le esecuzioni sommarie. Con un regime di questo tipo non è possibile alcuna collaborazione.

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A ciò fa da contrappunto lo squallido cinismo degli alfieri della Realpolitik ad ogni costo, ancora non soddisfatti dei danni che la loro visione antiquata e scientificamente infondata dei rapporti internazionali ha arrecato al mondo. Prendiamo ad esempio uno, che pure passa o passava per un esperto in materia, e il cui pensiero ha certamente conosciuto momenti migliori. Mi riferisco all’editorialista del Corriere della Sera, nonché ex diplomatico, Sergio Romano, il quale ha voluto farci pervenire la sua opinione in merito all’atroce assassinio con un articolo pubblicato sul ben noto giornale il 13 febbraio scorso.

Tanto per cominciare Romano afferma che “non sapremo mai con esattezza che cosa sia realmente accaduto al giovane Giulio Regeni quando è stato fermato dalla polizia egiziana il 25 gennaio”. Grazie per il contributo alla verità e alla giustizia, detto da un ex diplomatico non lascia certo ben sperare, speriamo che quelli che ne hanno preso il posto in seno all’amministrazione degli esteri siano maggiormente dotati di sensibilità per questi beni fondamentali e di capacità di andare fino in fondo.

Segue la consueta solfa sul fatto che, sintetizzo brevemente, le torture e le altre prassi di violazione dei diritti umani di cui si è reso responsabile Sisi sono comunque servono per “combattere il terrorismo” e quindi inutile sperare che vi ponga fine. Tutt’al più possiamo sperare che tenga conto un po’ di più dell’opinione pubblica.

Si tratta di discorso assolutamente mistificatorio, da almeno due fondamentali punti di vista. In primo luogo non è vero che lasciando gli organi di polizia commettere i peggiori abusi si rafforzi la lotta contro il terrorismo. Pensiamo all’enorme contributo che Bush e la Cia hanno dato alla nascita e al consolidamento dell’Isis con gli orrori di Abu Ghraib e di Guantanamo. Il vero modello vincente di lotta al terrorismo e al fondamentalismo islamico è offerto dai combattenti e dalle combattenti dell’Ypg kurdo, oggi non a caso sotto le bombe di Erdogan, tacciato di essere complice dei terroristi. Non certo dai torturatori. In secondo luogo non è vero che gli orrori delle polizie di Sisi abbiano come bersaglio esclusivamente i terroristi islamici. A parte il fatto che la Fratellanza musulmana è movimento politico ben differente dall’Isis e non può certo essere qualificato in quanto tale come organizzazione terroristica, non va dimenticato che in questo momento le principali vittime della repressione del nuovo Faraone sono movimenti di sinistra come il Movimento 6 aprile e i sindacati indipendenti. Non a caso Regeni è stato barbaramente trucidato per aver dedicato la propria attenzione a questi ultimi.

In conclusione occorre che il governo italiano continui a chiedere verità e giustizia per il nostro giovane e valoroso concittadino. Occorre inoltre che lo stesso governo si faccia promotore in sede internazionale di un’inchiesta sul caso di Giulio e più in generale sulle sparizioni, torture, esecuzioni sommarie e altre gravi violazioni dei diritti umani che si verificano ogni giorno nell’Egitto del generale Sisi, come richiesto dalle associazioni dei giuristi democratici su scala internazionale, europea ed italiana.

Perderemmo un alleato? Forse, ma un alleato del genere è meglio perderlo che trovarlo. Guadagneremmo invece la simpatia di un popolo oggi oppresso e sarebbe un investimento ben più oculato e lungimirante nel futuro. Per non uccidere ancora una volta Giulio Regeni ed onorarne in modo adeguato la memoria occorre essere all’altezza del suo esempio e continuare a chiedere giustizia per lui e per tutte le altre vittime del regime dittatoriale del generale Sisi. Se invece, com’è purtroppo possibile, Renzi e Gentiloni decideranno di anteporre gli interessi economici e commerciali di determinati settori alla ricerca della verità e giustizia, dovremo ancora una volta vergognarci di essere italiani. Ossia cittadini di un Paese che non merita giovani come Giulio Regeni, ricercatore brillante e impegnato per la democrazia e i diritti dei lavoratori, ucciso  mentre cercava la verità e la giustizia.