Ho iniziato la mia carriera nel dipartimento fondato da Federico Caffè alla Sapienza, dal quale provengono tanti personaggi illustri. Voglio parlarvi di un paio di loro, cominciando dal più giovane, Pier Carlo Padoan. Lo ricordo negli anni 80 salire a piedi le scale della facoltà, severo, assorto, il corpo sbilanciato dal peso di una borsa stracolma di libri e tabulati (erano i tempi delle stampanti a catena). Per me, giovane laureando, Padoan era una figura autorevole, carismatica. Per un po’ scomparve: era al Fmi. Poi tornò. Lo ricordo, sempre per le scale, sopraffatto da una quantità esorbitante di compiti da correggere. Nel frattempo io, diventato ricercatore, ironizzavo sul regalo che gli avevano fatto i suoi colleghi, assegnandogli un affollatissimo corso del primo anno. Lui, burbero ma spiritoso, stava al gioco. Partì per Parigi e io, più modestamente, per Pescara.

L’ho poi rivisto, come voi, in televisione, dove gli ho sentito dire cose che il suo ruolo istituzionale gli imponeva di dire, ma della cui assurdità, ne sono certo, era lui stesso, per primo, dolorosamente consapevole: annunciare nel 2014 una ripresa che non era nei numeri, difendere nel 2015 riforme dell’offerta (come il Jobs act) che non avevano alcuna logica in una crisi di domanda. Poi, all’improvviso, nel 2016, forse provato dalla Caporetto bancaria, Padoan, in un attimo di cedimento, ha confessato. È successo il 26 gennaio, e se ne sono accorti in pochi. Parlando a Bruxelles, Padoan ha detto che occorre un sussidio di disoccupazione europeo, perché in assenza dell’aggiustamento del cambio, la risposta alle crisi avviene “con la compressione del mercato del lavoro”. Quest’idea “risale agli anni ’70”, e la misura deve essere “di natura temporanea”, perché “sarebbe controproducente se ci fosse un trasferimento permanente di risorse da un Paese all’altro”.

L’espressione “compressione del mercato” è pudica al limite del criptico. Ve la traduco. Se il resto del mondo va in crisi, compra di meno da noi. Visto che il cambio non può flettersi, per rilanciare le esportazioni dobbiamo far calare i prezzi dei nostri prodotti, e quindi i rispettivi costi, primo fra tutti quello del lavoro. Ma siccome nessuno accetta volentieri un taglio del salario, ecco che con austerità e Jobs act si crea un po’ di disoccupazione, sperando che chi si trova a spasso accetti di farsi pagare di meno, e che ciò renda più “competitivi” (cioè più convenienti per l’estero) i nostri prodotti.

Unico neo: senza lavoro non si campa. Per rimediare a questo effetto collaterale, mamma Europa dovrebbe raccogliere risorse dai paesi in crescita, e ridistribuirle via sussidio di disoccupazione a quelli in crisi. Chiaro? Padoan ha confessato che quando l’aggiustamento non si fa col cambio, lo si fa con la disoccupazione, e che questa cosa è nota fin dagli anni 70.

In effetti, a quei tempi Luciano Barca ammoniva che l’integrazione monetaria europea era “una politica di recessione e di deflazione antioperaia”, e Padoan oggi, a danno fatto, ce lo conferma. Allo studioso fattosi politico mi viene da porre una sola domanda: caro Pier Carlo, visto che tutti sapevano che questo sussidio era necessario, secondo te perché nessuno ha imposto che lo si allestisse prima di entrare nella moneta unica? Forse per lo stesso motivo per il quale i nostri governi hanno accettato il Fiscal compact prima che si approvassero gli eurobond, o l’Unione bancaria prima che si creasse un’assicurazione europea sui depositi bancari.

Mi umilia questo comportamento dei nostri governi, che prima accettano patti penalizzanti per noi, e poi mendicano pietà; e mi scottano le parole di Wolfgang Munchau, che ha definito questa prassi “un miscuglio di codardia e incompetenza”: se dicono nein i tedeschi, in effetti, potremmo dirlo anche noi. Certo, da loro abbiamo molto da imparare: come truccare un motore diesel, come imbottire di subprime Deutsche Bank, come salvare con 16 miliardi di denaro pubblico Nordbank, e così via… Ma non mi sentirei troppo in soggezione per questo.

Aggiungo due parole su un altro preclaro personaggio proveniente dallo stesso dipartimento: Mario Draghi. Di lui non posso avere alcun ricordo personale: ci separano anagrafe e carriera. Però, in qualche modo, gli sono affezionato: gli devo la più azzeccata delle mie previsioni, quella emessa il 30 luglio 2012, quando specificai sul mio blog che non sarebbe riuscito a far nulla di risolutivo per la crisi dell’Eurozona. Infatti non c’è riuscito, e l’ha ammesso: il 4 febbraio ha detto che forze globali congiurano a mantenere bassa l’inflazione. Abbiamo così appreso due cose: che l’inflazione bassa è un problema (ma non era un vantaggio?), e che creare un impero europeo per contrastare i mercati globali non serve a nulla. Prevederlo era facile, anche perché, se ci fate caso, le forze globali c’entrano ben poco: la colpa è nostra. Abbiamo fatto l’euro per comprimere i salari, e ora ci lamentiamo che i prezzi non crescano abbastanza. Recriminazioni che, se la gente non crepasse di fame, farebbero crepare dalle risate.

Da Il Fatto Quotidiano del 10/02/2016