Sulla pedofilia il Vaticano e la Cei non parlano la stessa lingua. La Pontificia Commissione anti abusi istituita da Papa Francesco ha attaccato le conferenze episcopali, Chiesa italiana in primis, che nelle loro linee guida per combattere la pedofilia non prevedono l’obbligo di denuncia alle autorità civili. Nella dichiarazione dell’organismo presieduto dal cardinale di Boston, il cappuccino Sean Patrick O’Malley, infatti, si legge che “abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili che hanno il compito di proteggere la nostra società”.

Il testo della Cei, bocciato dal Vaticano una prima volta proprio su questo punto e poi emendato senza recepire la modifica che era stata chiesta, afferma che “nell’ordinamento italiano il vescovo, non rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale né di incaricato di pubblico servizio, non ha l’obbligo giuridico, salvo il dovere morale di contribuire al bene comune, di denunciare all’autorità giudiziaria statuale le notizie che abbia ricevuto in merito ai fatti illeciti oggetto delle presenti Linee guida”.

Una posizione contraria a quella ribadita recentemente dal Papa che ha sottolineato che “i crimini e i peccati degli abusi sessuali sui bambini non devono essere tenuti segreti mai più. Garantisco – ha precisato Bergoglio – la zelante vigilanza della Chiesa per proteggere i bambini e la promessa della piena responsabilità per tutti”. Eppure ci sono ancora numerosi casi di insabbiamento di questi reati, paragonati da Francesco a una “messa nera. Ne è prova il fatto che il Papa ha istituito una nuova sezione giudiziaria, all’interno della Congregazione per la dottrina della fede, per processare i vescovi che vengono denunciati per abuso d’ufficio episcopale per casi di violenza sessuale dei loro preti sui minori.

Il cardinale O’Malley ha voluto anche ribadire che “negli Stati Uniti la charter dei nostri vescovi afferma chiaramente l’obbligo per tutte le diocesi e per tutto il personale di denunciare i sospetti abusi alle autorità pubbliche. Ogni anno presso la nostra riunione di novembre, in una sessione di formazione per i nuovi vescovi, questo obbligo è ribadito, e durante ogni mese di febbraio la seconda conferenza propone un programma di formazione per i nuovi vescovi che ribadisce in modo chiaro ed esplicito questo obbligo. Come Commissione consultiva del Santo Padre per la tutela dei minori – ha aggiunto il porporato – abbiamo recentemente condiviso con Papa Francesco una panoramica estesa delle iniziative di educazione della Commissione per le Chiese locali nel corso degli ultimi due anni, e ribadito la volontà dei membri di fornire materiali per i corsi offerti a Roma, compreso tra gli altri il programma annuale di formazione per i nuovi vescovi e per gli uffici della Curia romana affinché possano utilizzarli nei loro sforzi per la protezione dei minori”.

La precisazione della Pontificia Commissione anti pedofilia arriva dopo il duro scontro verificatosi proprio al suo interno con l’allontanamento di uno dei suoi 17 membri, l’ex vittima di abusi Peter Saunders. Quest’ultimo aveva duramente criticato il cardinale australiano George Pell, sotto inchiesta nel suo Paese con l’accusa di aver insabbiato la pedofilia del suo clero quando era arcivescovo di Melbourne. Ma Saunders aveva attaccato duramente anche il Papa definendo “oltraggiosa” la nomina di monsignor Juan de la Cruz Barros Madrid a vescovo di Osorno in Cile. Il presule, amico personale di Bergoglio, è infatti accusato di aver coperto la pedofilia di padre Fernando Karadima, un leader spirituale nella Chiesa cilena, che nel 2011 fu ritenuto colpevole di aver abusato sessualmente di minori.

Twitter: @FrancescoGrana