danza 640

Oggi è uno di quei pomeriggi liguri di pre-allerta meteo, il cielo pesante e zuppo d’acqua presagisce un’imminente tempesta. La stufa a legna scricchiola nell’angolo, si sta davvero bene in casa, altro che uscire. Eppure va fatto, mi preparo e accompagno la piccola alla lezione di danza classica. Rispetto ad altri genitori ci siamo fermati a una sola attività doposcuola per figlio, ma già i due incontri settimanali a volte sembrano un impegno titanico.

C’è chi è messo peggio.

Noi ad esempio abbiamo sconsacrato il catechismo e il gruppo scout, abbiamo declinato l’ora di canto al sabato mattina e la doppia attività sportiva (il gotha del genitore moderno sceglie una disciplina di squadra e una individuale), e per ora cerchiamo di limitare i laboratori di cucina creativa e origami. A proposito di fantasia, in giro sono disponibili i corsi più stravaganti, dalle lezioni di circo al taekwondo, dal tip tap al mandarino. Sulle lingue straniere, almeno per il momento, da noi resta sempre l’inglese il traguardo primario da rincorrere e maledetto dai più, solo una fetta ristretta, la più lungimirante, opta per tate anglosassoni.

Ogni genitore vorrebbe garantire il meglio per i suoi figli, dargli tutti gli strumenti in suo potere per diventare i migliori, molti sono sinceramente convinti di avere tra le mani il prossimo Buffon, la nuova Pellegrini, o l’AstroSam del futuro.

Da bambini un po’ tutti abbiamo partecipato ad attività pomeridiane, ma in questi ultimi anni la foga del figlio multitasking si è sparsa a macchia d’olio col risultato (certo) di avere genitori – per la maggior parte mamme, sono loro le designated drivers del doposcuola – alla stregua di Michael Douglas in Un giorno di ordinaria follia. Pragmatiche ed efficienti, spesso tese e rassegnate, si muovono veloci tra ostacoli e tacchi alti, un body rosa in una mano e una parastinchi nell’altra, maledicono in silenzio il dodicesimo torneo di calcio della stagione o il saggio natalizio di ritmica.

Il dato meno certo è sul beneficio reale che i bambini traggono da tutte queste attività programmatiche. “Lui si diverte”, chiosano in molte quando elencano in dettaglio le acrobazie del figlio, e sono convinta che siano oneste nel dirlo, probabilmente corrisponde alla realtà. Anche le pallosissime lezioni di catechismo sul Vangelo, in una sagrestia fredda e mal illuminata, in fondo non erano male, insieme a me c’erano tutti i miei amici.

Il punto importante però è un altro. Perché si sente il bisogno di riempire la vita dei nostri figli con più di quanto abbiano già?

Le risposte possono essere due.

La prima è che ci sono genitori convinti che, maggiore è la spinta educativa e più competitivi diventeranno i figli nel mondo del lavoro. Se questa è la motivazione però non ci sono prove concrete a supporto, come ha affermato qualche tempo fa Steven Levit, professore di economia alla University of Chicago. L’altro motivo è un po’ meno idealistico e cioè che vogliamo toglierceli dai piedi.

In entrambi i casi i nostri figli, al netto di tutte le ore impegnate in qualche attività formativa, si vedranno negati di un bene importante, oggi in via di estinzione: il valore della noia.

E’ proprio in quel lasso di tempo in cui nulla è (all’apparenza) impiegato che scatta la mistica dell’immaginazione. E’ solo quando ti stai fracassando gli zebedei che il tuo cervello, come una sorta di spinta alla sopravvivenza, inizia a guardare oltre il buco nero, creando scenari, sogni, magie che durante una svogliata partita alla Wii o una lezione di pianoforte, non si potrebbe nemmeno concepire.

Nella smania di intrattenere costantemente i bambini – virtualmente o in modo pratico – gli facciamo perdere la sublime arte della combustione spontanea di idee.

I bambini sono spugne che assorbono tutto, ma il loro tempo libero è importante quanto il nostro.

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