Vedremo i risultati, non credo (o almeno spero) che i voti dei cinesi possano condizionare il risultato delle primarie milanesi del Pd. Leggo che la quota degli extracomunitari sarebbe molto al di sotto del dieci per cento dei votanti e sembra (sembra) ininfluente.

Quel che non si comprende (o si capisce benissimo) è che immettere voti non consapevoli in una corsa interna dove militanti e appassionati scelgono il proprio candidato significa alimentare la certezza che non c’è luogo della politica (aula del Parlamento, del Consiglio comunale e persino del circolo o della sezione) in cui si possa e si debba combattere ad armi pari.

Significa pronosticare l’idea per cui se non truffi o fai una furbata sei un povero illuso, che la nostra vita si deve per forza sporcare, la nostra passione per forza umiliare e la nostra speranza deve finire spellata e in padella. Il male che fa al Pd Beppe Sala, il candidato che avrebbe chiuso l’accordo elettorale con la comunità cinese, è troppo più alto persino del profitto che ne riceve. E chiama l’emulazione. Pensiamo a Roma o a Napoli, già teatro di indecenti trattative. Come si comporteranno i candidati locali di quelle città che hanno avuto prova che dappertutto si truccano le carte? Secondo me saranno incoraggiati a proseguire nel trucco. Così fan tutti!

La democrazia ha bisogno di energie vive e mani pulite e l’Italia deve accogliere il contributo di ciascuno, siano essi cittadini residenti, stranieri naturalizzati o persino ospiti permanenti (in fondo sono primarie di partito). L’unica condizione, quella elementare, è che cinesi e rumeni, bulgari o francesi, ganesi o egiziani scelgano liberamente se andare a votare e chi votare. Sala meriterebbe di essere escluso dalla competizione solo per aver partorito l’idea e averla messa in pratica. Espulso come un calciatore dal campo di calcio per gioco pericoloso.

Bisognerebbe appendere, davanti alle porte dei circoli o all’ingresso virtuale dei meet-up, un undicesimo comandamento: per favore, non truccare le carte in tavola.