Dici Rihanna e subito ti viene in mente una ragazza decisamente molto bella, spesso poco o per niente vestita, sempre intenta a fregarsene delle convenzioni, a rompere gli schemi, a nutrire il proprio narcisimo. Ma Rihanna è una popstar, e per essere una popstar serve, o quantomeno aiuta, tirare fuori album pieni di hit o potenziali hit. Rihanna, la popstar, non tira più fuori un album dal 2012, e il suo Anti è da tempo oggetto di leggende metropolitane degne di finire in una versione aggiornata di Mio Cuggino di Elio e le Storie Tese. Poi succede, però, che dopo una serie piuttosto impressionante di rumors, di anticipazioni poi rivelatesi bufale, così, senza neanche uno straccio di “pronti, via”, Anti, lui, l’album nuovo di Rihanna, finisce in streaming o download gratuito dentro Tidal.

Proprio negli stessi giorni in cui arriva nei negozi, veri o virtuali, sicuramente più virtuali, l’album nuovo di Sia, che con Rihanna ha più che qualcosa a che fare. Esce Anti e non si può che ascoltarlo con la curiosità che, legittimamente e giustamente, si deve a chi, negli anni, è riuscita a ritagliarsi un ruolo centrale nel pop internazionale. Seppur in mostra per tutti i motivi sopra indicati, infatti, Rihanna è in realtà una perfetta cartina di tornasole per decifrare quello che potrebbe e dovrebbe essere il pop oggi e domani. Quindi Anti non va sottovalutato. E Anti non delude. Anzi. Dentro ci sono spunti molto interessanti. E ci sono hit. Ci sono suoni contemporanei, per intendersi. E soprattutto, torno a dire, ci sono le hit, cioè la quintessenza della popstarritudine. E non c’è Kanye West. Sì, perché molti dei rumors che giravano sul nuovo di Rihanna, ben prima che si chiamasse Anti, ruotavano intorno alla figura di produttore, sempre interpetata, in quei rumors, da Kanye West. Il singolo che lo vedeva al fianco della cantante delle Barbados e di Paul McCartney, del resto, Fourfiveseconds, uscito ormai un anno fa, questo lasciava intendere. Però Fourfiveseconds, come i successivi singoli Bitch Better Have My Money e American Oxygen non sono della partita, in buona compagnia di Kanye, sostituito non da una sola figura, ma da una serie di produttori differenti, da Timbaland e Hit-Boy, nella migliore tradizione urban. Tra questi è presente anche il leader dei Tame Impala, Kevin Parker, e questa sì che è una sorpresa, al pari della collaborazione precedente con Maccam anche se, come vedremo, un motivo un po’ più semplice da decodificare c’è.

Le canzoni, quindi. Si parte strano, perché i primi due brani, Consideation e James Joint, assai corte, specie la seconda, sembrano più intro che vere e proprie canzoni. Intendiamoci, di musica ce n’è, e anche bella chiara, come indicazioni, dal dub della prima al new soul della seconda, ma la sensazione è che si tratti di accenni, più che di veri brani. I primi brani veri e propri sono il terzo, Kiss it better, e Work, il nuovo singolo che vede Rihanna collaborare con Drake. Due clamorose hit, destinate a diventare, a loro modo, dei classici. La prima è una canzone che potrebbe tranquillamente arrivare dal finale del secolo scorso, solo che a cantarla è Rihanna. La struttura e le sonorità, seppur aggiornate, sono quelle. Un piccolo gioiello pop. La seconda, invece, è una mid-tempo che si presenta subito come un tormentone e che un tormentone diventerà. Bingo. I due brani successivi, come se Rihanna avesse deciso di muoversi a coppie di canzoni, sono molto scuri. Desperado è la declinazione tragica dell’oscurità rihanniana, mentre Woo è la versione epica, con un incedere militaresco che la proietta nella prossima colonna sonora di Batman. Altro giro altro regalo. La coppia seguente di brani, Needed Me e Yeah I Said it è quella ad alto tasso di sensualità e di sessualità. I ritmi si rallentano e si fanno sinuosi, viene evocato, senza se e senza ma, The Weeknd, ma volendo anche lo stesso Drake, e i testi si fanno diretti, come solo una good girl gone bad può permettersi.

A questo punto Rihanna, che ama stupire, anche in musica, cambia registro, e abbandona l’idea delle accoppiate procedendo per brani singoli. Si è detto prima dei Tame Impala e di Kevin Parker. Bene, il brano seguente in tracklist, unico a procedere solitario, è la cover del currentiano New Person, Same Old Mistakes, qui diventato solo Same Ol’ Mistakes. Rihanna stupisce, ancora una volta, sibilando, quasi, ma emergendo sul tappeto elettronico della base. Never ending potrebbe a sua volta sembrare una cover, di Thank You, il brano di Dido poi usata da Eminem per Stan, ma temiamo si tratti solo di qualcosa che ha a che fare col plagio. Ultimi tre brani, e tre strade distanti tra loro. Love On the Brain è una sorta di standard, un classicone soul, dove Rihanna, che non è certo nota per essere una performer ineccepibile, dimostra come a volte una cattiva fama sia portatrice di false verità. A trovarne di cantanti come lei. Prova ne è la successiva Higher, blueseggiante quanto basta per tirare fuori la pantera che è in lei, ma anche sufficientemente complessa per mettere d’accordo tutti sulle capacità canore della nostra.

Chiude Close to you, ballad per pianoforte destinata a diventare, a sua volta, una hit, grazie alla produzione di James Fauntleroy, mica l’ultimo di passaggio. Un altro brano ad alto tasso erotico. Anti non delude. Anzi, raccoglie quanto di buono fatto fin qui da Rihanna e, se possibile, sposta ancora più in alto l’asticella. Dentro ci sono ballate, come la conclusiva, brani squisitamente pop, e anche canzoni da ballare. Hit, tante hit, e suoni da studiare. Ora Rihanna se la giocherà con Sia, il ché, visto il legame tra la signora Furler e la cantaNnte della Barbados, mette pepe alla sfida. Noi, stiamo qui a vedere le due artiste incrociare le spade, godendoci tanta bella musica.