Il 27 gennaio si celebra una memoria che sbiadisce. Si cerca di allenarla, rinnovarla, di darle significato, ma troppi elementi sembrano dirci che non è esattamente ciò che sta accadendo. Parliamone francamente: la memoria della Shoah, anno dopo anno, soffre lo scorrere del tempo. Un tempo cui non resistono neanche quei testimoni diretti che, invece, sono riusciti a resistere all’inferno sistematizzato e pianificato della “soluzione finale”.

E mentre nelle scuole, davanti ai monumenti ai caduti e ai memoriali si scandisce e si ripete “mai più”, in Europa restano in piedi – quando non ne nascono di nuovi – i muri che continuano a dividere questo continente dall’interno. Qualcuno, in privato e non pubblicamente, sicuramente dirà di essersi stancato di ricordare ogni anno una tragedia che sembra lontana, che ha coinvolto maggiormente un popolo a suo volta percepito come lontano; eppure, al contrario, è proprio da questo rifiuto del passato che bisogna partire per una riflessione sul presente.

L’Europa del 2016 non è certo quella della Seconda guerra mondiale, ma ciò non vuol dire che non si tratti di una comunità in cui non esistano più barriere. Dovessimo elencarle e analizzarle tutte, tra metaforiche e sociali, servirebbe l’intero scaffale di una libreria. Parliamo invece delle barriere tangibili, quelle fisiche, che si possono vedere con gli occhi e toccare con le dita di una mano, o sentire tagliarti la pelle quando vieni a contatto con una recinzione di filo spinato.

Questi corpi estranei ad ogni valore fondante e fondamentale dell’Unione Europea si trovano tutti nell’Europa dell’est, elemento che ne collega indissolubilmente due su tre al problema del controllo dei flussi migratori dalla Turchia verso il cuore del vecchio continente; il terzo è quello di Cipro, che divide l’isola in due (una metà turco-cipriota e una greco-cipriota) e sembra essersi trasformato in una storia ormai dimenticata, ma non per questo risolta.

Non riesco a non cogliere una certa ironia nel vedere che i nuovi muri in Europa sono stati costruiti su iniziativa di Ungheria e Bulgaria: sembra quasi un cerchio che si chiude, è come riprendere il discorso da dove lo si è lasciato. L’Ungheria è stata uno dei primi Stati a spezzare i legami con l’Unione Sovietica, a distanza di quasi un mese dal suo allora unico predecessore in una simile mossa, cioè la Polonia; ora, dopo aver già militarizzato i confini con Serbia e Croazia, il governo di Viktor Orbán si appresta a costruire nuove barriere con la Slovenia. La Bulgaria poi, dal canto suo, ha deciso di costruire una recinzione di reti metalliche e filo spinato lunga 160 km dove un altro muro era stato abbattuto solo poco più di vent’anni fa, al confine con la Turchia europea. Se c’era un insegnamento da trarre dall’esito della Seconda guerra mondiale, è che non era e non è più possibile vivere in una comunità fatta di sottoinsiemi divisi l’uno dall’altro in compartimenti stagni.

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Dare valore ai “mai più” e ai “per non dimenticare” del 27 gennaio vuol dire combattere le divisioni che, tra gli Stati e nella società, ancora qualcuno cerca di creare e alimentare. Ma per riempire di contenuti quelle piccole venature retoriche presenti nelle celebrazioni per il Giorno della Memoria, troppo spesso ripetute come refrain senza pensare ed esclusivamente per obblighi istituzionali, un impegno su tutti deve essere preso dalle giovani generazioni dell’Europa del 2016: farsi testimoni. Ascoltare i racconti, leggere le memorie, vedere e sentire la storia nei luoghi in cui è stata fatta, è l’unico modo veramente efficace per far sì che la memoria non si perda nel tempo.

La missione dev’essere formare testimoni di seconda, terza, quarta generazione che percepiscano con i propri sensi e le proprie emozioni la gravità di ciò che è accaduto tra le mura dei campi di concentramento (e, in questo senso, un grande lavoro è svolto da quelle associazioni che contribuiscono alla realizzazione di progetti come il “Treno della Memoria” di Terra del Fuoco, cui ho partecipato e che da dieci anni mostra ai ragazzi di tutta Italia i luoghi della Shoah nel cuore dell’Europa). Per non dimenticare davvero, mentre gli anni ci camminano addosso, bisogna sentire e vedere e toccare. Ma la creazione di un’Europa unita e senza muri, oggi, fino a quando ognuno di noi non sarà pienamente consapevole di ciò che è accaduto nei campi di sterminio (e che fino ad allora non dovremo e non potremo lasciarci alle spalle), resta una storia ancora tutta da scrivere.