Franca Leosini e le sue “Storie Maledette” sbarcano in prima serata a furor di popolo e lo fanno col botto, con un’intervista a Rudy Guede, che sta scontando 16 anni nel carcere di Viterbo per l’omicidio di Meredith Kercher. La vicenda processuale del delitto di Perugia è complicata e tocca a chi ne capisce davvero dipanare una matassa che sembra sempre più aggrovigliata. Quello che ci interessa sottolineare, invece, è il risvolto televisivo della trasmissione di ieri sera.

Franca Leosini è narratrice televisiva di razza, ma soprattutto è giornalista scrupolosa, attenta, minuziosa nelle sue ricostruzioni. Ormai è diventata anche icona pop, idolo di orde estasiate di twittatori compulsivi, persino icona gay tra le più amate. E va bene anche questo, per carità, perché dietro la professionista c’è anche un personaggio carismatico e interessante. Ma Storie Maledette, e la puntata di ieri sera lo ha dimostrato una volta di più, è innanzitutto un grande programma giornalistico, realizzato praticamente a costo zero, senza format, senza fronzoli, senza montaggio à la page. A reggere la baracca, oltre ai fatti di cronaca raccontati, c’è solo il talento cristallino della Leosini, il suo modo di esporre con leggerezza mai superficiale fatti terribili, morti violente, raptus di follia.

E poi c’è il contrasto irresistibile tra l’aspetto della signora perbene, borghese, discretamente ingioiellata, con i capelli cotonati, e il linguaggio barocco, zeppo di metafore, che permettono alla Leosini di raccontare l’indicibile con un garbo che non ha spazio da tempo sulla tv italiana. Solo Franca Leosini poteva permettersi di parlare dei tessuti epiteliali di Guede trovati nelle parti intime della povera Meredith utilizzando l’espressione “dito birichino” senza provocare nello spettatore alcun tipo di fastidio o indignazione. E c’era anche tutto il campionario del lessico leosiniano che i “leosiners” (sì, esistono davvero) apprezzano da tempo: “quieta eleganza”, “garbata discrezione”, “i preservativi sono oggettini che generalmente si portano i maschietti”, “Cenerentolo fuori stagione”, “la cicogna è un animale sbadato”, “in ogni fiaba triste c’è sempre una fata”, “delicato ossimoro del microcosmo variegato e trasgressivo studentesco”, “21 anni di garbata bellezza”.

Un modo di parlare che a primo acchito può risultare vecchio e polveroso, e che invece risulta rivoluzionario, nella tv dei giorni nostri. Perché Franca Leosini è fautrice di un progressismo retrò che è molto più moderno dei cuochi, dei cantanti, dei tronisti, sicuramente della quasi totalità delle fiction e serie italiane. I dati auditel, d’altra parte, hanno premiato il programma di RaiTre con un 5,3% di share ma, in fondo, i numeri che leggiamo contano fino a un certo punto. È molto più importante, in casi del genere, sottolineare la qualità televisiva e soprattutto giornalistica di un programma così “piccolo” e “misero”, se paragonato alle corazzate della tv.

Per finire, non possiamo tacere sul modo di raccontare la cronaca nera nel piccolo schermo. Eravamo così assuefatti alla morbosità dei contenitori pomeridiani o domenicali che non ricordavamo nemmeno esistesse un altro modo di parlare di crimini violenti in tv. L’intervista di Franca Leosini a Rudy Guede (e in generale le tante puntate di Storie Maledette andate in onda in tutti questi anni) è stata come una iniezione di adrenalina dritta al cuore di chi da tempo era piombato in una mortifera overdose di sciacallaggi mediatici, faccette di circostanza, scontri all’ultima esclusiva calpestando il dolore delle vittime e i diritti dei presunti carnefici.

Franca Leosini ci ha fatto capire che persino in tv si può fare cronaca nera salvaguardando la dignità di tutti: della professione giornalistica, delle persone coinvolte, degli spettatori. Una epifania che ci riconcilia con il servizio pubblico e con il mezzo televisivo e che ci permetterà di sopportare con un briciolo di speranza in più il solito pappone indigesto che la tv italiana continuerà a proporci. Perché non bisogna illudersi: non basterà Franca Leosini a invertire la tendenza. Diciamo solo che ce la godiamo e ce la facciamo bastare, per il momento.