Le parole sono importanti e le prime che si pronunciano lo sono anche di più. Per questo l’analisi dei discorsi di annuncio delle candidature fa emergere differenze enormi tra la personalità di coloro a cui è affidato il futuro politico di Milano.
I discorsi di presentazione pubblica delle candidature sono stati inseriti in un programma che costruisce la tag-cloud, la nuvola in cui sono rappresentate le parole più ricorrenti al netto di articoli e preposizioni. Ecco il risultato.

Francesca Balzani, Elfo Puccini, 9 Gennaio 2016

balzaniÈ l’ultima a dare comunicazione rispetto ai tre candidati. Ed è anche la più minimalista: la sua presentazione dura solo sei minuti e 15 secondi. Il resto dell’incontro è un dialogo tra lei e i suoi sostenitori.
La Balzani evidenzia più emotività degli altri, il discorso è quasi privo di pause. L’emozione la tradisce soprattutto all’inizio e alla fine del discorso, la voce inciampa e il crescendo perde il suo finale. Eppure non importa, anzi, perché la Balzani trasforma la timidezza in uno strumento potente di cui è consapevole: gioca la partita anche con le sue incertezze e forse proprio grazie ad esse.

Nel discorso tende a usare parole semplici, quasi infantili “[vorremmo una città] senza un conflitto tra un nocciolo dentro e un ciambellone intorno”. Ripete più volte “è bellissimo”, accrescitivo di disarmante semplicità. Balzani tende a proporre un’identificazione regressiva, infantile, con il pubblico. L’appello al bilancio è essenziale perché compensa sul piano tecnico-operativo il registro materno-regressivo e mira a rassicurare l’uditorio sulla sua competenza. Nel discorso la logica della partecipazione è spinta all’estremo, tanto da assumere una valenza di supporto: “[i sostenitori mi] danno tanta forza quotidiana per andare avanti, è un percorso complicato, faticoso, è un percorso dove ogni giorno devi rinnovare le tue ragioni”. Nel confronto è l’interlocutore più pericoloso sia per Majorino che per Sala perché parla su un registro diverso e li può provocare in modi per entrambi inattesi.

Pierfrancesco Majorino, Teatro Litta, 9 Luglio 2015

majorinoÈ stato il primo a presentare la candidatura. Era luglio e sulle primarie non si aveva ancora nessuna certezza.
Majorino stempera l’inevitabile “sindrome del pioniere” con un discorso lungo, di struttura classica, frontale, 32 minuti.
La sua tag cloud è l’unica delle tre in cui compaiono con significativa frequenza i concetti di “lavoro”, “centrosinistra”, “scelte” e “cultura”. Majorino affronta quindi, ed è l’unico a farlo tra i candidati, un discorso volutamente valoriale. I verbi sono all’attivo e il plurale prevale sul singolare. La base argomentativa è centrata su un elenco di cose fatte dalla giunta. La citazione per nome di diversi assessori voleva offrire un’identificazione, quasi un invito.

E’ il discorso più lungo ma anche il più complesso, il più generoso sul piano valoriale e il più ricco di idee concrete ma anche quello che consente meno l’emergere della personalità di un candidato che si presenta con contenuti “forti” su temi sociali come la povertà, le migrazioni e i diritti. E forse dietro questi si nascondeva ancora un po’ la sua personalità.
Nei confronti a due la sua preoccupazione dovrebbe concentrarsi sulla Balzani che rischia di sorprenderlo con imboscate efficaci sul piano personale e affettivo.

Giuseppe Sala, Franco Parenti, 23 Dicembre 2015

salaLa sua presentazione si svolge nel foyer del teatro e dura 13 minuti e 40 secondi.
Il discorso è volutamente e ostentatamente informale, sia nella scelta della location che per esplicita dichiarazione del candidato: “Credo di aver preparato questo discorso in ben cinque minuti”. Le frasi sono sempre brevi, spesso Sala si rivolge al pubblico usando il discorso diretto. “C’è Lele?” (Emanuele Fiano, candidato ritiratosi per lasciare spazio alla candidatura dello stesso Sala, ndr); “Vedete siamo a Milano, si dice la Benelli, la Bisconti…”.

Il manager di Expo quindi decide per una presentazione informale ma lascia da subito trapelare un secondo registro, quello centrato su di sé e sulla propria esperienza. Usa frequentemente il pronome “io”, i verbi attivi alla prima persona, il riflessivo “mi”. Si osserva un continuo passaggio tra informalità e tendenza all’autoriferimento e alla sicurezza da manager di successo. Per Sala il tema è sempre la persona, l’individuo, le sue scelte e i suoi risultati, come si capisce, tra l’altro da questo magnifico ossimoro: “Ho sempre cercato di essere sobrio nel magnificare quello che abbiamo fatto”.

Giuseppe Sala è un uomo del fare, autocentrato e intelligente, evita termini troppo consueti. Al termine del discorso, in una interessante gaffe, Sala si dimentica persino di invitare a parlare la Tajani, assessore alle politiche per il lavoro. Risolve il suo staff, soluzione rapida che però non cancella l’impressione che lascia la sua dimenticanza.
Al momento Sala apparirebbe il più debole nel confronto dialettico di fronte a un elettore indeciso perché rischia di venire surclassato dall’affettività della Balzani ma anche di essere costretto a faticare di fronte all’operatività valoriale di Majorino.