L’ultimo affare aveva portato in cassa più di 250mila euro: denaro che i boss di Cosa nostra avevano utilizzato per acquistare il tritolo da usare contro il pm Nino Di Matteo. È l’inquietante particolare che emerge dall’ultima operazione antimafia della procura di Palermo, nata grazie alla collaborazione di Vito Galatolo, il rampollo dell’importante famiglia dell’Acquasanta. Ed è proprio il clan che governa la borgata marinara di Palermo quello colpito dall’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Lorenzo Jannelli: solo che questa volta le manette non sono scattate per killer e picciotti della cosca. Al contrario nella rete degli inquirenti è finito anche l’ultimo colletto bianco di Cosa nostra: si chiama Marcello Marcatajo, è un avvocato civilista molto noto in città e gli agenti del nucleo di polizia valutaria della guardia di finanza hanno suonato al citofono della sua villa di Mondello per notificargli l’arresto per riciclaggio aggravato dal favoreggiamento alla mafia. Era Marcatajo a gestire il tesoro della famiglia dell’Acquasanta ed era a Marcatajo che facevano riferimento i boss quando avevano bisogno di denaro. “Ci hai parlato con l’avvocato? Vai dall’avvocato e digli: mio marito vuole i soldi” è l’ordine dato alla moglie, durante uno dei colloqui in carcere, da Francesco Graziano, figlio di Vincenzo, l’artificiere di Cosa nostra, arrestato nel gennaio del 2015. Graziano junior era il braccio destro di Vito Galatolo, il rampollo dell’Acquasanta che nell’autunno del 2014 aveva deciso di saltare il fosso e collaborare con la magistratura.

Tra i primi racconti messi a verbale dal pentito c’era appunto la storia dell’attentato contro il pm Di Matteo, che i boss del gotha di Cosa nostra dovevano organizzare dopo aver ricevuto una lettera da Matteo Messina Denaro. “Si è spinto troppo oltre”, scriveva il padrino di Castelvetrano e i picciotti palermitani avevano iniziato a studiare il piano di morte per il pm della trattativa Stato-mafia. Per eliminare Di Matteo, aveva raccontato Galatolo, i boss avevano acquistato 200 chili di tritolo, dopo aver messo insieme 700mila euro. Una parte di quei soldi – circa 250 mila euro – arrivava appunto dalla vendita di una trentina di box. Ed era stato proprio Marcatajo a curare quell’operazione immobiliare. Per questo motivo, da quando Galatolo aveva deciso di collaborare con i magistrati, il legale era preoccupato. “Per quanto rimango ancora libero?”, si chiedeva, leggendo sui giornali delle confessioni del pentito. Altre volte, invece, le cimici piazzate nel suo studio dai finanzieri registravano i suoi sfoghi. “Quei signori hanno attinto e attingono da questa minna, che è la mia”, diceva riferendosi al clan dell’Acquasanta, negli ultimi tempi sempre più bisognoso di denaro. “L’avvocato com’è?”, chiedeva Francesco Graziano a sua moglie, ogni volta che lei lo andava a trovare in carcere. “Morto, scioccato, proprio scioccato per te”, rispondeva lei. Poi si parlava di soldi: “Devi andare in banca”, diceva Graziano junior. Solo che i conti correnti dei Graziano sono stati bloccati mesi fa dagli inquirenti. È per questo che arrivava l’ordine perentorio: “Vai dall’avvocato e digli: mio marito vuole i soldi”.

L’indagine coordinata dal procuratore aggiunto Vittorio Teresi e dai sostituti Roberto Tartaglia, Annamaria Picozzi, Francesco Del Bene e Amelia Luise ha portato anche all’arresto di Francesco Puccio, un ingegnere molto vicino a Marcatajo, e di Francesco e Angelo Graziano. Sono scattati i domiciliari, invece, per il figlio dell’avvocato Marcatajo, per la moglie di Francesco Graziano, Maria Virginia Inserillo, e per Giuseppe e Ignazio Messeri, accusati di essere due prestanome. L’inchiesta non si è basata soltanto sulle confessioni di Galatolo, ma anche dagli appunti sequestrati al clan dell’Acquasanta. Dove decine di cifre erano incasellate sempre vicino allo stesso nome: avv. Marcello. Per gli inquirenti l’ennesimo indizio contro Mercatajo, l’ultimo colletto bianco accusato di essersi messo al servizio della piovra.

Una spinta fondamentale all’inchiesta è arrivata anche dalle microspie piazzate dagli uomini delle fiamme gialle all’interno dello studio legale del civilista. Marcatajo non sospetta di essere intercettato, ed è per questo che, tra le chiacchiere scambiate con alcuni amici, si lascia scappare anche frasi importanti. Come quando rivela di essere in affari con i boss da almeno una dozzina d’anni. “Io – dice – dal 2003 faccio atti anche importanti di compravendita con Francesco (cioè Graziano ndr)…C’é tutto un rapporto”.

Poi, dopo il pentimento di Galatolo e l’arresto di Graziano, l’avvocato comincia ad avere paura: “Mi ammazzeranno”, rivela ad un amico. Per gli inquirenti, il legale fa “esplicito il riferimento a Francesco Graziano, il quale a dire di Marcatajo, avrebbe beneficiato di dazioni di denaro destinate alla propria famiglia ma che, anziché gestirle con il padre Vincenzo e il fratello Angelo, le avrebbe distratte e trattenute per sé”. Nelle carte dell’inchiesta compare anche il nome dell’ex presidente dell’Ars Francesco Cascio, che aveva versato l’anticipo per comprare una villetta a Mondello. Solo uno dei tanti affari curato dai professionisti per conto del clan dell’Acquasanta, senza che però l’esponente del Nuovo Centrodestra ne sapesse nulla: ed è per questo motivo che il politico ha annunciato l’intenzione di costituirsi parte civile nel processo al legale. Nel frattempo continuano le indagini dei pm, dato che le confidenze del legale intercettate dalle cimici, aprono anche un nuovo spiraglio investigativo. “Lui – dice Marcatajo riferendosi a Graziano – se la fa tra la Toscana, Roma e Bahrain e la Romania, sta organizzando centomila cose, poi glieli sequestreranno”. Come dire che il vero tesoro del clan dell’Acquasanta è all’estero che deve essere cercato.