Quando Tarantino affianca Morricone a Mozart, Schubert e Beethoven fa cosa buona e giusta: non esiste compositore contemporaneo che più e meglio di Morricone possa rappresentare il successo popolare e mediatico della grande musica d’arte di tradizione europea. Le musiche dell’87enne compositore italiano trionfano nuovamente ai Golden Globe, dove a ritirare la statuetta si presenta proprio il regista di The Hateful Eight, Quentin Tarantino: “Quando dico che è il mio compositore preferito – afferma l’autore di Pulp fiction – non voglio dire esclusivamente compositore di musiche per film: mi riferisco a Mozart, Beethoven, Schubert (…) A Ennio e a sua moglie dico grazie”.

Parole dunque di grande encomio per un artista in grado di attraversare con successo, nel corso della sua carriera compositiva, una miriade di generi e ambiti musicali possibili: dalle grandi canzoni interpretate da Mina, Domenico Modugno, Sergio Endrigo, Zucchero, Gianni Morandi, Gino Paoli e vari altri grandi della canzone italiana, fino alle estreme sperimentazioni di musica contemporanea portate avanti col Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza, in compagnia, tra gli altri, di Franco Evangelisti, Larry Austin ed Egisto Macchi; dalla musica assoluta, con una miriade di brani di musica da camera, musica sacra, musica per coro e orchestra e tanto, tanto altro, fino all’ambito che più di ogni altro lo ha consegnato alla storia: la musica applicata alla pellicola cinematografica.

Una lunga, infinita serie di meravigliose collaborazioni con i nomi più importanti del cinema italiano e mondiale: dai fratelli Taviani a Elio Petri, da Giuseppe Tornatore a Bernardo Bertolucci, da Marco Bellocchio a Gillo Pontecorvo, da Roberto Faenza a Mario Monicelli, da Brian De Palma a Pier Paolo Pasolini, da Francesco Rosi a Oliver Stone e molti, moltissimi altri giganti del grande schermo. Un musicista infaticabile con una lista di titoli e premi da far rabbrividire. Prima di quest’ultimo grande riconoscimento Morricone ha infatti accumulato statuette di ogni genere: otto David di Donatello, cinque Nastri d’Argento, cinque premi BAFTA, due Golden Globe, il Leone d’Oro alla carriera e, last but not least, oltre a numerosi altri riconoscimenti l’Oscar alla carriera. Dopo aver infatti accumulato nel tempo ben cinque nomination (I giorni del cielo di Terrence Malick – 1978 -, The Mission di Roland Joffé – 1986 -, Gli intoccabili di Brian De Palma – 1987 -, Bugsy di Barry Levinson – 1991 – e Maléna di Giuseppe Tornatore – 2000), a Morricone non era mai stato concesso l’onore dell’Oscar, una mancanza e un debito ampiamente colmati con l’assegnazione di quello alla carriera, riconoscimento che va ben oltre il singolo Oscar e che è stato fino a oggi consegnato, oltre che a Morricone, a un solo altro musicista, il compositore Alex North.

Discendente della più gloriosa tradizione compositiva italiana, allievo del grande Goffredo Petrassi, Morricone ha voluto fin da giovanissimo esercitare la sua professione dividendosi tra ambiti ben distanti l’uno dall’altro, suscitando spesso, specie inizialmente, lo sdegno del mondo accademico italiano che non ha mai visto di buon occhio la dedizione del maestro al campo della musica leggera. Sdegno ampiamente superato coi fatti che la storia della musica ha registrato negli ultimi decenni e che l’immenso maestro ha condiviso con un altro grandissimo compositore di casa nostra, Nino Rota, anche lui spesso tacciato di eccessiva “leggerezza” dal fronte accademico italiano. Ma si sa, tutti i grandi della storia hanno creato, al loro passaggio, divisioni e contrasti, superando le frontiere e scardinando gli ordini precostituiti.