David Bowie

Guarda in alto, sono in Paradiso/ ho delle cicatrici, ma non si vedono/ ho dei drammi che non possono portarmi via/ tutti mi conoscono ormai (Lazarus, 2015).

Nel 2013, quando ormai ci si era già rassegnati al fatto che la musica l’avesse perso per sempre, David Robert Jones alias David Bowie, alias il Duca Bianco, alias Ziggy Stardust, e con mezzo secolo di carriera alle spalle, tra Glam Rock ed Elettronica, aveva fatto uscire l’album The Next Day. E l’8 gennaio scorso, nel giorno del suo 69esimo compleanno, in una corsa contro il tempo, aveva dato alla luce, a sorpresa, un nuovo disco intitolato Blackstar, facendo tornare in auge una davidbowiemania che a sentire quelli che c’erano, non si vedeva dagli anni Sessanta.

La canzone che dà il titolo all’album dura 9 minuti e 57 secondi e da quando è uscita, a fine novembre, ha stimolato analisi tecniche ma anche fantasiose: quasi tutti concordano sul fatto che riguardi la religione e che tra i personaggi evocati vi siano Buddha, Gesù Cristo, certamente il Major Tom protagonista di alcuni suoi celebri brani a cominciare da Space Oddity del 1969, ma nessuno è riuscito a spiegare perché la luce che sta “al centro di tutto” e che sembra essere l’ultima speranza dell’umanità si trovi a Ormen, in Norvegia, il cui significato nella lingua locale è serpente. E due giorni dopo la pubblicazione, da primo in classifica, l’annuncio finale che ha ricordato l’uscita di scena di Ziggy Stardust alla fine dell’esecuzione di Rock’n’roll Suicide, il 3 luglio 1973 all’Hammersmith Odeon, quando sveste i panni di icona del Glam.

È stato un uomo di grande stile David Bowie: quando il piccolo David Robert nasce, l’8 gennaio 1947, Elvis Presley celebra il suo dodicesimo compleanno e Stephen Hawking compie 5 anni. A New York, Jackson Pollock sperimenta per la prima volta la pittura con la tecnica dello “sgocciolamento”, mentre a Londra un fenomeno straordinario segna l’inizio di ogni nuovo giorno: a causa della temperatura particolarmente rigida, l’orologio della Lambeth Town Hall a mezzanotte batte 13 rintocchi. A meno di mezzo miglio di distanza, al 40 Stansfeld Road, Brixton, Peggy Burns dà alla luce colui che sarà il Duca Bianco della musica.

Tipo raffinato, il suo fascino sostanzialmente risiedeva nel fatto che la sua carriera è stata una implicita sfida alla nozione convenzionale di continuità artistica. Perché il pubblico preferisce avere a che fare con gli artisti “consumabili”, quelli che cerca di inquadrare all’interno di una generazione, un paio quando va bene. Il Duca Bianco invece è sempre riuscito a eludere qualsiasi tentativo di incasellarlo in categorie artistiche predeterminate. E il risultato è stato una delle carriere più lunghe e brillanti dell’intera storia del Rock. Lo stesso Bowie amava citare una massima di Brian Eno: “L’arte è quella cosa che ti permette di fare a pezzi un aereo e allontanarti a piedi dal luogo dell’incidente sano e salvo. Dal momento che ci è concessa questa opportunità, perché non sfruttarla? La cosa peggiore è mantenere un certo tipo di celebrità e di successo commerciale per tutta la carriera e poi ripensare a tutte le cose che si sarebbero potute fare o tentare e chiedersi ‘perché non l’ho fatto’?”. Nel corso della sua carriera si è visto spesso rivolgere l’accusa di essere un dilettante, un vampiro dello stile, “sempre aggiornato ma mai sincero”, alcuni dicevano che Bowie fosse “tutto stile superficiale e idee di seconda mano”. Anche se lui stesso aveva affermato che “non ha senso rubacchiare le idee altrui, ma se ascolti qualcosa di interessante e pensi ‘mi piace quello che fa questo tizio, so come utilizzarlo’, è come disporre di un nuovo colore sulla tavolozza; penso che dipenda tutto dall’uso che ne fai una volta che l’hai trovato”.

In verità Bowie è stato quello che un artista dovrebbe essere, capace di rinnovare e mutare la propria arte nel corso del tempo e di essere sempre credibile. E il tutto con una classe infinita, fino all’uscita di scena, da primo in classifica. Senza aver mai accennato alla malattia che lo ha portato via in un giorno di gennaio. Come il Maggiore Tom, David ora è in viaggio verso una nuova destinazione, per tutti noi sconosciuta, senza avere neppure una torre di controllo su cui poter fare affidamento nell’orientarsi. Come una stella nera che brilla. E mai uscita di scena fu più di classe.

Malgrado sia lontano/ più di centomila miglia/ Mi sento molto tranquillo/ E penso che la mia astronave sappia dove andare/ Dite a mia moglie che la amo tanto/ lei lo sa (Space Oddity, 1969)