E’ iniziata dopo pochi minuti dalla morte la classica ‘gara social’ a chi posta il ricordo più sentito. Ma chi conosce davvero la discografia di David Bowie? Eccola, album per album.

DAVID BOWIE (1967)
Esordio di David Bowie. Siamo lontanissimi da quel che sarà il migliore Bowie. Ma già si intravedono buone qualità. L’ambito è un folk appena toccato dal rock. La voce è già quella che lo accompagnerà per tutta la carriera, seppur più acerba. Nell’insieme un buon inizio.

SPACE ODDITIY (1969)
Questo album traghetta Bowie dal folk verso il glam, passando per una psichedelia annacquata. Siamo ancora più sul versante folk, con qualche venatura prog, tipica dell’epoca. La canzone che da titolo al tutto è considerata, a ragione, un classico del rock tutto.

THE MAN WHO SOLD THE WORLD (1970)
Il passaggio al rock è qui quasi definitivo. I suoni si fanno spigolosi, anche se la malinconia tipica di tutto il Bowie migliore rimane. Mick Ronson, qui, ha un ruolo centrale, come accadrà ancora in seguito. Gli echi del Bowie anni Sessanta sono quasi del tutto assenti, anche se ancora manca la quadratura del cerchio.

HUNKY DORY (1971)
Questo album serve a Bowie per cambiare pelle. Lasciare quella umana per indossare, con l’album successivo, quella aliena e fantascientifica. Per fare questo, Bowie, sembra voler prendere la rincorsa, quindi torna verso Space Oddity, e certi suoni folk. Da qui in poi Bowie non sarà più Bowie per lungo tempo, con nostro gran piacere. Su tutte Life on Mars e Changes.

THE RISE AND FALL OF ZIGGY STARDUST AND SPIDERS FROM MARS (1972)
Il primo capolavoro
. Il primo grande successo mondiale. Muore Bowie, nasce Ziggy Stardust. Non un alieno, come in molti ancora pensano, ma un umano che entra in contatto con gli alieni, metafora della rockstar e del suo essere rockstar. Le canzoni sono tutte di una bellezza impressionante, da Starman a Ziggy Stardust, passando per Rock’n’roll suicide. Rock duro. Hard Rock. Glam Rock. Rock punto e basta.

ALLADIN SANE (1973)
Questo è il sequel dell’album precedente. Stavolta la storia narrata è la sua, di Bowie, a spasso per gli USA. Se nel precedente il rock era rock punto e basta, stavolta, con anni di anticipo, si naviga nel mondo world, con influenze da culture varie, seppur tenute dentro strutture occidentali.

PIN UPS (1973)
Bowie torna a essere se stesso, di passaggio, per sfornare un album di cover. Il primo e solo della sua carriera. Al suo fianco la sua band, gli Spiders from Mars. Bowie sta avendo successo, e probabilmente vuole battere il ferro finche è caldo. Interessante ma non fondamentale. Su tutte See Emily Plays di Syd Barrett.

DIAMOND DOGS (1974)
Ecco un altro concept album, come spesso nella carriera del nostro. Stavolta siamo sempre sul fronte fantascientifico, zona 1984 di Orwell. L’album segna l’addio alla collaborazione con gli Spiders of Mars. A suo modo selvaggio, questo lavoro aprirà alcuni spiragli alla successiva ondata punk. Rebel Rebel è la traccia migliore.

YOUNG AMERICANS (1975)
Album che segna un cambio notevole nelle sonorità. Niente rock, qui, ma funky e soul. Insomma, Bowie, il Duca Bianco, si da alla black music. E lo fa alla grande. Come in seguito farà con la dance. Chiaramente il tutto può suonare freddo, per chi se lo ricorda solo come rocker, ma a partire dal brano eponimo, Young Americans è un album che va assolutamente riscoperto.

STATION TO STATION (1976)
Ancora un po’ di black music sulla tavolozza del pittore Bowie. Ma anche del sano krautrock, la musica elettronica che arriva dalla Germania. Viene considerato, a ragione, uno dei lavori più complessi del nostro, e va visto come il passaggio verso la trilogia berlinese, lì da venire.

LOW (1977)
Primo album della triologia berlinese fatta con Brian Eno, in realtà non a Berlino.Berlinese è però l’atmosfera. Freddo, quindi. Gelido. Il suono. Ma anche caldo. Torrido. Ancora influenze black. Ancora influenze krautrock. Ma soprattutto Bowie e Eno. Due geni insieme.

HEROES (1977)
Heroes è il solo album della trilogia interamente registrato da Bowie e Eno a Berlino. E quello che ci regala una delle sue hit di sempre, Heroes, un classico del rock mondiale. Scompare un po’ di crepuscolarismo, seppur presente negli strumentali, e compare un certo trionfalismo epico. Bowie è al suo meglio, come del resto tante volte in carriera.

LODGER (1979)
Terzo capitolo della trilogia berlinese, quello in cui Fripp viene sostituito da Adria Belew. Anche qui la world music è anticipata con preveggenza, con influenze dal resto del mondo che trovano spazio in sonorità un po’ meno messe a fuoco che in precedenza.

SCARY MONSTERS (AND SUPER CREEPS) (1980)
Dopo tante sperimentazioni, Bowie torna al rock duro e diretto. Un ritorno che verrà presto tradito. Ma che è un piccolo capolavoro. Un album duro, compatto, spigoloso, centrato al cento per cento. Ashes to ashes chiude la prima fase della carriera del nostro, tonando agli inizi degli anni Settanta, ma con la maturità di chi ha già scritto alcune pagine fondamentali della storia del rock.

LET’S DANCE (1983)
Se qualcuno lo avesse detto nei primi anni Settanta, che Bowie avrebbe fatto un album dance, nessuno ci avrebbe creduto. O forse, sì, visto che Bowie è da sempre uno che ama stupire. Nei fatti Let’s Dance lo vede collaborare con Nile Rodgers in uno strano genere senza paragoni, black fatto da un bianco, da un bianchissimo artista inglese. Da ballare, ma con stile.

TONIGHT (1984)
Se il precedente ci mostrava un Bowie compiutamente dance, bowianamente dance, questo ce lo mostra compiutamente pop. Blue Jean, hit contenuta nel lavoro in questione, è una perfetta canzone pop, senza se e senza ma, come nel brano che da il titolo all’album, che lo vede cantare con Tina Turner. Bowie, anche quando non apre strade ma sta nel flusso, lo sa fare alla grandissima. Siamo negli anni Ottanta, e si sente. Bene.

LABYRINTH (1986)
La passione di Bowie per il cinema è nota. Passione ricambiata, per altro. Labyrinth è la colonna sonora per l’omonimo film di Jim Henson, ancora una volta una storia fantastica, come in tanti suoi album. Niente di indimenticabile, ma ce ne fossero di colonne sonore così.

NEVER LET ME DOWN (1987)
A furia di frequentare il pop, però, Bowie perde un po’ di entusiasmo, e pubblica il suo album peggiore di sempre. Niente ispirazione, e si sente. Non è un caso che sarà la prima volta che metterà diversi anni tra una pubblicazione e la successiva, e  non è un caso che i successivi lavori saranno decisamente meno pop.

TIN MACHINE (1989)
Dopo la scorpacciata di pop e dance, Bowie decide di tornare a pestare duro e lo fa mettendo in piedi una vera band, i Tin Machine. Spigoloso, ostico, senza molti fronzoli, l’album lo riporta verso l’art rock, con i Pixies ben in mente.

TIN MACHINE II (1991)
La seconda prova della band dentro la quale Bowie ha deciso di nascondersi per ritrovare se stesso è un po’ meno riuscita della precedente. Intervallata da un importante tour solista, sembra che Bowie abbia già in mente dove andare a parare, e si limita a svolgere un compito di maniera. Intendiamoci, la maniera svolta da Bowie è sempre di lusso, ma nessuna traccia è imprescindibile.

BLACK TIE WHITE NOISE (1993)
Dopo la parentesi nei Tin Machine Bowie torna solista e lo fa di nuovo in compagnia di Nile Rodgers. Solo che stavolta non è con la dance che decide di giocare, ma con quello che oggi viene chiamato suono urban.

THE BUDDHA OF SUBURBIA (1993)
Altra colonna sonora per Bowie, stavolta si tratta di una serie televisiva ispirata al libro di Hanif Kureishi. Un lavoro anomalo, figlio di quello svolto negli anni Settanta con Brian Eno. Tracce strumentali in cui trova largo spazio l’amore di una vita del nostro, il sax.

1-OUTSIDE (1995)
Uno degli indiscussi capolavori del Duca Bianco. Di nuovo al fianco di Eno. Stavolta, però, a farla da padrona è la musica industrial, il noise, il drum ‘n’ bass. Insomma, la musica di questi anni. Fatta al meglio. E c’è anche un nuovo personaggio, il detective Nathan Adler.

EARTHLING (1997)
Ancora sul fronte industrial e noise, con incursioni nel campo del new jazz. Ancora un Bowie molto ispirato, capace di tenere testa a nomi più giovani, come lo stesso Reznor presente tra le collaborazioni (Little wonder potrebbe essere un brano dei Prodigy, suonato con più classe). Gli anni passano, ma la grandezza appare immutata.

HOURS… (1999)
Ancora una volta Bowie cambia pelle. O meglio, torna a indossare una più rassicurante pelle pop-rock, come in passato. Il tutto con un certo grado di malinconia. Due le perle, Thursday’s Child e Something in the Air. Nell’insieme un album poco centrato, ma sempre di gran classe.

HEATHEN (2002)
Gli anni Zero proseguono lì dove i Novanta si erano finiti. Anche se Heathen sembra più messo a fuoco rispetto a Hours… Torna Visconti dietro le macchine, e si sente, ma manca il guizzo cui, bontà sua, ci ha abituato nel tempo. Interessanti le cover, da Cactus dei Pixies a I’ve Been Waiting for You di Neil Young. Transitorio.

REALITY (2003)
Questo album verrà più che altro ricordato perché la tournée che ne accompagnerà l’uscita sarà l’ultima di Bowie. Ancora un lavoro di passaggio. Bowie, che a lungo ha aperto strade seguite da molti, se non da tutti, sembra aver perso la bussola. Senza più impeto esplorativo, prima degli ultimi colpi, il nostro si limita a portare a casa il risultato finale col minimo sforzo, regalandoci sempre un bel sentire.

THE NEXT DAY (2013)
Anticipato da quella perla rara di Where Are We Now, regalato al suo pubblico nel giorno del suo sessantasettesimo compleanno, The Next Day ci mostra un Bowie in buona forma. Il lavoro è piuttosto tradizionale, con un rock di maniera che nulla aggiunge a quanto detto in precedenza. Ma le canzoni sono ben scritte, e ottimamente portate a casa. Il singolo apripista è invece un gioiello, malinconico e, sembrerebbe, definitivo. Sorta di testamento che, scopriremo poi, testamento non sarà.

BLACKSTAR (2016)
Che Blackstar fosse un capolavoro lo abbiamo detto prima di sapere che sarebbe stato l’ultimo album di Bowie. Avevamo anche detto che, ormai disinteressato a indicare strade, Bowie si sia dedicato a sperimentare per il gusto di farlo, giocando di nuovo con jazz e col sax, regalandoci sette canzoni molto belle. Blackstar, il brano e l’album, è il testamento di Bowie. Un Bowie in stato di grazia. Un ottimo modo per dirci addio, troppo presto.