Come ogni anno anche il 2016 comincia, in musica, con la pubblicazione da parte della FIMI, delle classifiche di vendite ufficiali degli album del 2015. Come ogni anno, da qualche tempo a questa parte, anche il 2016 comincia con più mugugni che sorrisi soddisfatti. Mai come quest’anno, però, il 2016 comincia con una scena non troppo dissimile dal classico cinematografico diretto da Brian De Palma, Carrie, con diversi artisti blasonati di casa nostra che si fanno un poco consono bagno di sangue, vittime di flop che difficilmente non lasceranno strascichi sulle loro carriere.

Andiamo con ordine. A leggere la top 10 della classifica di vendita del 2015, viene da dire che le famose proteste di quanti, vittime di un nazionalismo vagamente d’accatto, reclamano una maggior diffusione della musica italiana nelle radio patrie, una sorta di quota tricolore sulla falsa riga di quella vigente in Francia, protezionismo musicale che richiama alla mente i manifesti natalizi di Fratelli d’Italia, (“Che festa è senza i marò”), a leggere questa top 10 viene da dire che dovremmo invocare una legge che imponga maggior internazionalismo, perché su dieci album presenti, ben nove sono di casa nostra, e sono tutti, o quasi, davvero brutti. Nazionalisti peggio che a un raduno di Casapound.

In vetta c’è Jovanotti, col suo Lorenzo 2015 CC, e a seguire il Best of di Tiziano Ferro, Out dei Kolors, figlio della vittoria a Amici e della lievissima spinta interessata del primo network radiofonico italiano, RTL 102.5. Poi l’unico esemplare di musica internazionale, nonché unico album decente in classifica, 25 di Adele. Del resto, coi suoi sedici milioni di copie vendute nel mondo in sei settimane, Adele è la regina di tutte le altre classifiche. Seguono, che paura, Le parole in circolo di Mengoni, unico artista presente in top 10 con ben due titoli, Il bello di essere brutti di J-Ax, unico rapper sopravvissuto in classifica, dimostrazione, si spera, della fine di una brutta epoca, Sanremo Grande amore de Il Volo, di nuovo Mengoni, con Le cose che non ho, Passione maledetta dei Modà e, decimo su dieci, Ligabue con Giro del mondo.

Roba da chiedere la cittadinanza in un paese civile. Tanta brutta roba. Tutta italiana. Ma quel che più colpisce sono le assenze importanti, figlie, va detto, della estrema bruttezza dei prodotti in questione e di uscite suicide, una appresso all’altra. Infatti, dopo un undicesimo post a Fedez, con Pop-Hoolista, riproposto a fine anno in nuova edizione e sicuramente beneficiario della sua presenza sul banco dei giudici di X Factor, arriva il primo vero flop del 2015, il vero bagno di sangue, Simili di Laura Pausini.

Sì, la regina del pop è solo dodicesima, nonostante tre speciali su Rai1, di cui uno in prima serata, di sabato, nonostante una puntata di Unici, su Rai2, nonostante una ospitata molto pompata da Fazio. Dodicesimo posto, bye bye scettro. Non va meglio a Ramazzotti, che si piazza sedicesimo, dopo Coldplay, ancora Il volo, e Vasco Rossi, uscito nel 2014. Se la Pausini è Carrie, che si bagna nel sangue al ballo della scuola, Eros è il protagonista di Shining. A seguire, altri flop clamorosi, il diciannovesimo posto dei Negramaro, tornati sulle scene dopo cinque anni, anticipati in classifica da coso, lì, Briga, e dagli One Direction, poi Gianna Nannini, con Hitalia e la sua sosia Emma, che col suo nuovo album prometteva sfaceli ancora non pervenuti, e infine Madonna, con Rebel Heart, solo ventiduesima, alla faccia della regina del Pop mondiale (se adele ha venduto sedici milioni di copie da novembre a fine dicembre, lei, Madonna, ne ha vendute ottocentomila da marzo, una prece).

Scorrendo i cento posti, si nota un onorevole ventottesimo posto per Nek, redivivo dopo il passaggio sanremese grazie alla cura Chiaravalli, il trentunesimo del pompatissimo Fragola, dietro a Cinema di Bocelli, due flop per le rispettive etichette, che ci hanno investito bei soldoni in promozione. Bello è anche vedere al trentanovesimo posto Guccini, con l’antologia Se io avessi previsto tutto questo, uscito a quasi trenta euro, davanti a Vero di Guè Pequeno, primo artista di Def Jam italia. Come dire, se il rap è morto, Guè si è risvegliato e sta andando in giro cercando di mangiarci il cervello. Non se la passa meglio Fabri Fibra, solo quarantanovesimo, dimostrazione che l’idea di non fare promozione, forse, non è stata così geniale.

Ultime notazioni, a parte assenze significative, si fa per dire, come quelle di Grignani, Chiara o di Alex Britti, passati da Sanremo, il settantesimo posto di Pop-up di Luca Carboni, un ritorno importante, premiato da infiniti passaggi in radio del singolo Luca lo stesso, vero tormentone, ma non premiato dalle vendite. Carboni si trova tre posizioni sotto Dark side of the moon dei Pink Floyd, e la cosa lascia abbastanza senza parole.

Ma lascia ancora più senza parole la totale assenza in classifica della musica indie. Unico esemplare, significativo, il settantaseiesimo posto di Endkadenz Vol 1 dei Verdena, sempre che li si possa considerare indie. Niente di tutto il resto. Niente Die di Iosonouncane, votato ovunque, tranne qui, come album dell’anno, niente Calcutta, niente Appino, niente di niente. Quando giorni fa, parlando della querelle Appino vs The Voice (per altro del vincitore di The Voice nessuna traccia) si era detto che la scena indie, non certo senza una qualche dose di provocazione, era frequentata da “quattro gatti”, sui social si è scatenato l’inferno. La classifica dice che i gatti in questione, probabilmente, sono tre, forse anche due. Vedremo cosa ci riserva il 2016. Sicuramente qualche successo telefonato, qualche sorpresa e qualche clamoroso bagno di sangue. Non sono previsti nuovi album di Laura Pausini, e questo già ci lascia ben sperare.