ilva nuova 675

E’ stato firmato il decreto per vendere l’Ilva di Taranto. Dicevano che era strategica per l’Italia e ora se ne sbarazzano con un decreto. Dilettanti allo sbaraglio.

Hanno promesso di salvare l’Ilva con un mucchio di parole e di illusioni. Ma era evidente la crisi strutturale dell’acciaio in generale e quella irreversibile dell’Ilva. Sarebbe stato più facile moltiplicare pani e pesci che riportarla in attivo.

Missione impossibile.

La crisi strutturale della siderurgia parla chiaro: nel 2015 il prezzo internazionale dell’acciaio è crollato del 45%. Di fronte a questi dati è impossibile risanare l’Ilva e riportarla in attivo. Non vi sono più i margini di profitto. Vi è un rallentamento mondiale della produzione siderurgica, si chiudono acciaierie ovunque, si aggrava la sovracapacità produttiva a livello globale che porta ad alimentare una concorrenza spietata, la Cina sta per conquistare il mercato estero vendendo a prezzi stracciati. Veramente qualcuno di buon senso pensava che per l’Ilva ci sarebbe stato un futuro?

Gettano la spugna.

“Così non si va avanti – aveva detto Renzi – c’è bisogno di un cambio di passo nel giro di qualche giorno”. Ma la politica delle frasi a effetto ha perso. Adesso arriva l’impietosa lezione della storia che non concede appello. Adesso vendono per sbarazzarsi di una fabbrica senza futuro.

Questa vendita è grottesca, dicevano di voler vendere Ilva quando sarebbe stata messa a norma e portata in attivo. Adesso che non è stata né risanata né portata in attivo la vogliono vendere lo stesso.
Trovate che la cosa abbia un senso? E’ come vendere un malato in coma visto che non lo si sa curare. A quanti euro si può vendere un malato in coma?
E’ giunto il momento della verità e i parolieri della politica hanno finito tutti gli argomenti: ora gettano la spugna e vendono l’Ilva per la manifesta impossibilità di salvare una fabbrica che affonda fra i debiti. Tre miliardi di debiti.

Ma cosa credevano di fare con tre miliardi di debiti e ventimila creditori che bussavano alle porte dell’azienda? Ma dove credevano di andare con gli impianti sequestrati dalla magistratura e una procedura di infrazione europea per mancato rispetto delle norme ambientali?

Aiuti di Stato.

Se oggi Ilva accusa un durissimo colpo, se oggi sono costretti a vendere è perché PeaceLink a Bruxelles ha invocato la procedura europea per attuare le norme che vietano gli aiuti di Stato in quanto falsano la concorrenza. Abbiamo informato la Commissione Europea di quanto avveniva a Taranto, allertando i controllori. Da Legambiente, alla Fiom, al Pd, tutti pensavano di far vivacchiare all’infinito Ilva con aiuti di Stato, nessuno si è opposto. E si sapeva benissimo che gli aiuti di Stato a stento servivano a pagare l’indispensabile: i debitori, gli stipendi e le materie prime.

Senza senso e senza criterio.

E’ stato il festival dell’ipocrisia, del dilettantismo e della irresponsabilità. Infatti quei tre miliardi di euro, buttati nel pozzo senza fondo di un’Ilva in crescente perdita, avrebbero potuto avviare il piano B per il rilancio di Taranto, il disinquinamento dei terreni e la riqualificazione di un’area strategica, vicina al porto e alla città. Invece quei tre miliardi sono stati bruciati per continuare una produzione inquinante e in perdita, senza futuro.

Quanto è accaduto è privo di senso e di prospettiva.

Chi pagherà oggi quei tre miliardi di euro bruciati in tre anni di fallimenti? Che vantaggio hanno tratto i lavoratori che nei prossimi mesi si sentiranno messi in vendita assieme all’Ilva come se fossero servi della gleba?
Ma soprattutto: potrà essere venduta un’azienda sull’orlo del fallimento? Appare chiaro che in vendita è il destino di migliaia di operai.

Avevamo purtroppo ragione quando chiedevamo – inascoltati – che venissero allestite le scialuppe di salvataggio prima che la nave affondasse. Adesso che la nave affonda torniamo a chiedere un piano B.
L’Europa vieta aiuti di Stato all’Ilva ma non ai lavoratori e le loro famiglie. Vieta di falsare la concorrenza, ma non di riconvertire le economie. Taranto, Genova, Piombino, Trieste e tutte le città dell’acciaio debbono unirsi. Il passato non tornerà mai più.