La poltrona di Enrico Bondi, commissario straordinario dell’Ilva, è sempre più a rischio. Le parole di Matteo Renzi alla direzione del Pd non sembrano lasciare spazio ad altre ipotesi. “Così non si va avanti – ha detto il premier sullo stabilimento siderurgico di Taranto – c’è bisogno di un cambio di passo nel giro di qualche giorno”. Una dichiarazione alla quale è immediatamente seguita l’affermazione del governatore di Puglia, Nichi Vendola, secondo il quale “se Renzi decide di voltare pagina” e di “chiudere l’esperienza di governo commissariale dell’Ilva, difficilmente gli si può dare torto”. Non solo. Vendola ha aggiunto che “dalle dichiarazioni di agenzia il presidente del Consiglio intende chiudere l’esperienza di governo commissariale per Ilva. Sarebbe utile prendere atto di una gestione che ha avuto sin dall’inizio carattere di contraddittorietà, visto che Bondi era l’uomo scelto dai Riva come amministratore delegato e dal governo come Commissario che doveva estromettere gli stessi Riva nella gestione dell’azienda”, ma “non è stata in grado di portare ad una riqualificazione e a un vero piano industriale”.

Insomma, giorni contati per Bondi? Forse. Tanto più che il suo mandato scade il 4 giugno. Quello che è certo ed emblematico, al momento, è che in una giornata di incontri decisivi tra il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi, i sindacati, gli imprenditori e le associazioni di industriali sul futuro della fabbrica ionica, il commissario Bondi non c’era. Il commissario, infatti, ha incontrato il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Graziano Del Rio, ma non ha partecipato al tavolo della siderurgia e nemmeno a quello tra i gruppi imprenditoriali interessati al salvataggio dell’Ilva. C’era, però, l’attuale commissario della Lucchini, Pietro Nardi, che è il possibile successore di Bondi anche se fresco di condanna a 8 anni e 6 mesi di reclusione per omicidio colposo plurimo da parte del Tribunale di Taranto in quanto insieme ad altri 28 ex dirigenti dell’Ilva come lui. 

Seduti, intorno a quel tavolo, c’erano anche i sindacati, il Gruppo Riva, i rappresentanti del colosso della siderurgia Arcelor Mittal e anche Antonio ed Emma Marcegaglia, presidente e vicepresidente di Marcegaglia spa che già un mese fa aveva dichiarato che sull’ipotesi di un salvataggio dell’Ilva, la società del presidente dell’Eni avrebbe potuto fare la sua parte. Al tavolo per la siderurgia, però, l’unico argomento ufficiale di discussione è stata l’implementazione nazionale dello Steel action plan europeo e il punto sulle principali vertenze aziendali. Fim, Fiom e Uilm hanno consegnato il documento finale dell’Assemblea nazionale delle Rsu svolta a Roma il 23 maggio scorso ribadendo la necessità di “un salto di qualità nelle politiche di settore che oggi è urgente compiere per salvaguardare un’industria strategica per il Paese”.

Insomma sulle ipotesi della “nuova Ilva” niente ufficiale. Ad ufficializzare il delicato momento dell’Ilva e l’oscuro futuro di Bondi, però, ci ha pensato il senatore Pd Massimo Mucchetti, presidente della commissione Industria al Senato, che dal suo blog ha fatto sapere che “sull’Ilva si sta giocando una partita opaca” perché i Riva, concorrenti privati dell’Ilva, non vogliono il rinnovo di Bondi. Proprio loro che lo avevano nominato amministratore delegato della società solo qualche mese prima della chiamata del governo. Proprio loro che “soldi sul tavolo non ne mettono” ha scritto l’ex vice direttore del Corriere della Sera che ha poi delineato il futuro dell’Ilva come uno “spezzatino”: l’Ilva di Novi e quella di Genova a disposizione dei privati e Taranto a Mittal che ne ridurrebbe la produzione a 5 milioni di tonnellate, tagliando l’occupazione”. Una possibilità, quindi, che ancora una volta colpirebbe i lavoratori di Taranto.