Gli anni bisestili portano due certezze, anzi tre: hanno un giorno in più, vi si svolgono le Olimpiadi e c’è l’Election Day, il giorno in cui ogni quattro anni gli americani scelgono il loro presidente. Che è generalmente ritenuto l’uomo più potente al Mondo, anche se vanno a votarlo più o meno la metà degli elettori di un Paese di circa 330 milioni di abitanti, cioè un centinaio di milioni di persone, mentre il Pianeta he ha sette miliardi.

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Facendo il bilancio del 2015, il presidente Usa Barack Obama, che ha ancora un anno di mandato, ha inserito fra gli obiettivi raggiunti alcuni che sono ‘universali’, come la crescita economica – più forte negli Usa che nell’Ue e in particolare in Italia, che dell’Ue è il fanalino di coda -, l’accordo contro il riscaldamento globale raggiunto a Parigi e la lotta contro il terrorismo – i cui risultati vanno però verificati di ora in ora in questi giorni densi di minacce e di allarmi, e dove gli smacchi, come le carneficine di Parigi il 13 novembre o la strage di San Bernardino il 2 dicembre, sono tragicamente incombenti.

Nella sua lista delle cose fatte, Obama ha inserito altri temi di politica internazionale, come l’intesa con l’Iran sul nucleare e il disgelo con Cuba e l’accordo di libero scambio fra i Paesi del Pacifico, nell’attesa che si concretizzi quello tra Usa e Ue; oltre, ovviamente, a questioni interne, come l’intesa bipartisan fatta sul bilancio – noi diremmo la legge finanziaria -, gli incoraggianti progressi della riforma sanitaria e l’ok della Corte Suprema alle nozze omosessuali in tutta l’Unione.

Tutti risultati che contribuiscono a fare di Obama – ci dice un rituale sondaggio Gallup – l’uomo più ammirato dagli americani, davanti a papa Francesco e – ahiloro!, e pure ahinoi!- Donald Trump, mentre Hillary Rodham Clinton è la donna più ammirata.

Ma se il presidente avesse fatto l’elenco degli obiettivi mancati la lista sarebbe stata inevitabilmente molto più lunga. Le previsioni del 2016 sono incise sulla roccia dei temi ineludibili che hanno già segnato l’anno trascorso: il persistere della minaccia del terrorismo alla sicurezza, che in Italia si legge soprattutto in chiave Giubileo – l’Anno della Misericordia finirà a novembre -; la lotta contro il sedicente Stato islamico tra Iraq e Siria e la transizione a Damasco dal regime di Bachar al-Assad a un nuovo assetto stabile e condiviso; la ‘normalizzazione’ della Libia, senza avventurismi militari; l’ ‘Intifada dei Coltelli’ tra Israele e i Territori; gli effetti sanguinosi dell’infatuazione per le armi negli Stati Uniti, che – scrive il Los Angeles Times – “confina con l’impulso suicida della società”, mentre il New York Times si chiede se l’orrore non stia diventando normalità negli Usa. Senza dimenticare, più vicina a noi, la crisi ucraina: le mosse della Nato – l’invito al Montenegro a entrare nell’Alleanza – e dell’Ue – la proroga delle sanzioni alla Russia – rischiano di allontanare invece che di avvicinare una soluzione.

Nessuno s’immagina che tutti questi problemi escano, nel 2016, dall’agenda internazionale: se ne risolvesse uno, sarebbe già un successo. E pochi sperano nell’impatto dei tradizionali appuntamenti dei Vertici internazionali, che, Consigli europei a parte, si svolgeranno tutti sul Pacifico: il G7 in Giappone a maggio, il G20 in Cina a ottobre, l’Apec in Perù a novembre.

All’orgia elettorale negli Stati Uniti – la stagione delle primarie dal 1° febbraio, le due conventions di luglio, il voto l’8 novembre -, l’anno che inizia contrappone una sorta di tregua elettorale nell’Unione europea: nessuno dei Grandi dell’Ue andrà alle urne, o almeno nessuno dovrebbe andarci. In Spagna, s’è appena votato – si rischia, però, un bis a breve -; Francia e Germania avranno nel 2017 le loro consultazioni più importanti; la Gran Bretagna prevede il referendum sull’uscita dall’Unione pure nel 2017; l’Italia ha in calendario solo nel 2018 le prossime politiche (l’autunno porterà il referendum sulle riforme istituzionali); e le istituzioni europee, che sono state rinnovate nel 2014, resteranno operative fino al 2019.

Si prospettano, quindi, condizioni sulla carta favorevoli ad affrontare senza pressioni i problemi dell’integrazione, anche se le presidenze di turno del Consiglio dell’Ue che si alterneranno non sono ideali: l’Olanda è sperimentata ma ha un approccio esclusivamente prammatico ai problemi europei; la Slovacchia è all’esordio e ha l’impostazione neo-nazionalista comune a molti Paesi usciti dall’esperienza comunista.

Fra i temi da affrontare nell’anno, vi sono: il negoziato con Londra per evitare, nel 2017, il Brexit, cioè l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea; il completamento dell’Unione bancaria; l’avanzamento verso l’Unione energetica; la riforma della governance, soprattutto in questa fase la questione immigrazione, dove si tratta di attuare decisioni già prese e di rivedere i criteri dell’asilo.

La bonaccia elettorale dà una chance all’Unione di riconquistare la fiducia dei cittadini. Sempre che i leader dei 28, moderni don Chisciotte, non continuino a scaricare sull’Europa tensioni e responsabilità loro proprie.