A fine anno si tirano le somme e si guarda all’anno che verrà. «Credete che sarà felice quest’anno nuovo?», chiede il passeggero che c’interroga. E non possiamo che rispondergli: «Oh illustrissimo sì, certo». Anche se con ansia leopardiana: sarà l’anno della ‘buona università’ dopo quello della buona scuola? E su quale pensiero si potrebbe fondare, lo anticipò il premier in persona quando dichiarò in un talk show: «Sono vent’anni che diciamo che le nostre università fanno schifo: smettiamo di dare poteri ai baroni che hanno i figli dei figli dei figli dei figli, e iniziamo a premiare ancora una volta la qualità e il merito all’università». Soprattutto la qualità fondamentale, esser nati e cresciuti nel Chiantishire, oso borbottare.

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Il ministro competente ha emanato giorni fa l’atto di indirizzo per il 2016 e qualche brivido scorre lungo le nostre, pur flessibili, schiene accademiche. Ci conforta e spaventa assieme la genericità del documento, pura comunicazione secondo la strategia a senso unico oggi in voga: apparenza sì, sostanza… chissà. Comandare? Certo! Governare? Parliamone. Vabbè, il ministro proviene da un’università (la Stranieri di Perugia) dove il rettore veniva nominato dal governo, fino al 1992. Insomma sono tradizioni da valorizzare, ancor più di quanto fece la cosiddetta riforma Gelmini.

Attrazione, internazionalizzazione e merito sono le tre parole chiave per il 2016. Ma tutto dipende da come si declinano. Una cosa è il botulino accademico con cui i gestori professionali auto-proclamano la propria eccellenza per attrarre gli sprovveduti, altra cosa sarebbe ricostruire le fondamenta di un edificio che negli ultimi 15 anni è stato sottoposto a ripetute sollecitazioni sismiche per testare quanto potesse resistere. Attrarre gli scarti dell’accademia internazionale chiamando oscuri docenti che hanno l’unica qualità di essere ‘foresti’? Gli unici attratti da un sistema paese che associa salari accademici miseri, alti costi della vita e la radicata convinzione che il docente sia un fancazzista. Oppure avere il coraggio di chiamare negli atenei di punta i migliori studiosi italiani come facevano trent’anni fa i Politecnici o La Sapienza quando nessuno la chiamava ancora Sapienza, anziché convogliare costoro verso le meglio università straniere, occidentali e non? E il merito, in Italia, è una grida manzoniana utile solo a chi comanda; il quale, di norma, l’applica con toni draconiani ai propri nemici e la interpreta con gli amici.

A ben vedere, lo spirito riformatore ha solide radici, che furono scritte qualche anno fa. Dapprima da due banchieri della Bce e poi da un ex-calciatore specializzatosi a Oxford in Corporativismo e competitività industriale negli stati europei minori. Il punto 15 del mitico questionario di Olli Rehn che portò alla caduta del governo Berlusconi nell’autunno del 2011 recitava: «Il governo potrebbe fornirci ulteriori dettagli su come intende migliorare ed espandere l’autonomia e la competitività tra le università? In pratica, che cosa implica la frase “maggior spazio di manovra nello stabilire le tasse di iscrizione”?». Olli era il Commissario europeo per gli Affari Economici e Monetari, che al punto successivo (n. 16) chiedeva, battendo il piede: «Per quanto riguarda la riforma dell’università, quali misure e quali provvedimenti devono essere ancora adottati?».

Nel riformare le istituzioni universitarie si sono cimentati re, principi, dogi e cardinali; e teologi e filosofi e politici d’ispirazione democratica, tirannica o soltanto oligarchica. Scienziati, mai. Ora è la volta dei banchieri e degli economisti di provata fede neoliberista. Sono famosi per le loro previsioni azzeccate a breve, medio e lungo termine; e molto apprezzati da tutti i media. Non avrebbero dubbi, invece, a bandire dalle nostre città un meteorologo o un idrologo che abbiano previsto il tempo o una piena con lo stesso loro tasso di successo: il concetto di merito va giustamente ‘interpretato’.

Parafrasando un famoso ministro della Propaganda, che fu anche premier tedesco per un giorno, quando sento parlare di riforma universitaria metto mano al rosario. È così dagli anni 90 del secolo scorso. Ma Nostro Signore difficilmente potrà ascoltarmi, poiché nel 2016 avrà questioni globali, ben più importanti, da affrontare.

Segnalo che c’è in libreria il mio primo romanzo (The Star Grabber, L’uomo che rastrellava le stelle, Edizioni Il Melangolo Genova) da affrontare, eventualmente, con grande pazienza e, soprattutto, con l’attitudine alla massima indulgenza.