“Nell’eterna lotta di Snoopy contro il Barone Rosso, tutti tifano per Snoopy” deve aver pensato il premier quando, tempo fa, ha dichiarato, in un talk show: “Sono vent’anni che diciamo che le nostre università fanno schifo: smettiamo di dare poteri ai baroni che hanno i figli dei figli dei figli dei figli, e iniziamo a premiare ancora una volta la qualità e il merito all’università”. Snoopy è il beagle di Charlie Brown nella famosa striscia a fumetti Peanuts, creata da Charles M. Schulz. Uno dei cani più famosi e amati del mondo; assieme a Rex, Lassie, Lilly e, naturalmente, il Vagabondo. Come si fa a non tifare per Snoopy, anche quando Snoopy parla di reputazione universitaria basandosi su leggende metropolitane anziché (come farebbe uno scienziato) sui dati? Anch’io ho sempre tifato per Snoopy.

Senza dubbio l’emulazione di Pierre e Marie Curie o la devozione per la Santissima Trinità fanno dei proseliti in Italia, come narrato tempo fa da Nino Luca in Parentopoli: “I nostri figli sono più bravi perché hanno la forma mentis tipica di noi professori!”. A nord come a sud, nei piccoli e nei grandi atenei, tanto nelle materie umanistiche quanto nelle scienze dure. E così, poche eccezioni (perché sono poche queste eccezioni in una comunità di ricercatori appassionati) hanno fatto breccia nell’immaginario collettivo, lasciando un’impronta indelebile nella comunità nazionale, assai sensibile alle leggende metropolitane.

ocse taglio all'istruzionePur da criticone qual sono, non ho mai pensato che le nostre università “fanno schifo”. Se fosse vero, però, ci sarebbero anche altri motivi, oltre alle indiscusse colpe del barone. Perché ogni anno lo Stato versa al Politecnico di Milano circa 5 mila euro a studente, quando la Svizzera ne versa più di 50 mila a quello di Zurigo. Perché la ricerca italiana, soprattutto di base, non viene più finanziata da anni; a vantaggio di progetti fumosi, talora duplicati o triplicati, che sono foraggiati con criteri sui generis a fronte di un controllo affatto virtuale dei loro risultati. Perché l’ultima riforma organica e razionale dell’università italiana fu la Legge 382 del 1980, scarnificata nei 30 anni successivi da svolte non proprio buone: leggi e decreti sempre meno organici, razionali e democratici; e sempre più contorti, perfino nel lessico. Perché lo stipendio del barone italiano è in fondo alla scala dei salari baronali europei, mentre quelli dei burocrati e dei politici italiani svettano sull’Europa. E pensare che trent’anni fa un barone all’apice della carriera guadagnava come l’ambasciatore a Londra o un presidente di Cassazione; un burocrate meno della metà.

osce spesa istruzione

 

Chissà come mai, invece, il barone di Idrologia del Politecnico di Zurigo è stato uno dei miei migliori allievi, genovese di Milano come me, ma ormai diventato cittadino svizzero. Chissà perché la produttività pro-capite dei ricercatori italiani è ai primi posti delle classifiche mondiali, al top se rapportata ai finanziamenti di ricerca. Chissà perché l’università italiana, nonostante il rapporto tra numero di studenti e di docenti tra i più alti del mondo, continua a produrre laureati che all’estero sono apprezzati e, soprattutto, vengono inseriti in carriere di prestigio. Chissà come mai ci sono Baroni che hanno rifiutato salari doppi o tripli all’estero per rimanere nel loro paese. E lo hanno fatto volentieri. rapporto studenti-docenti

Insomma, è tutta colpa del vecchio e povero barone un po’ Vagabondo che ci è rimasto male all’uscita del premier. Il barone, come scrisse Italo Calvino, era “un uomo noioso, questo è certo, anche se non cattivo: noioso perché la sua vita era dominata da pensieri stonati, come spesso succede nelle epoche di trapasso”. E per emulare la Lady di Ferro, Margaret Thatcher, che vide nei minatori un inutile retaggio del passato, anche il Lord d’Acciaio che sta guidando il nostro trapasso ha forse inquadrato il suo target in quel barone universitario e nel suo sodale, l’insegnante delle medie.