Pochi giorni fa, sul portale europeo VOXeu.org, del Centre for Economic Policy Research, è stato pubblicato un articolo dal quale emergono le motivazioni profonde del ritardo dell’Italia nella sfida della produttività. I dati parlano del calo del Pil pro capite e della produttività a partire dalla seconda metà degli anni ’90. L’Italia presenta il minor numero di laureati e il più alto numero di cittadini dotati di sola formazione elementare. Proprio il contrario delle nazioni che mostrano le crescite più significative.

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In evidenza, ci sono anche i gravissimi ritardi negli investimenti nel settore Ricerca e Sviluppo (R&D). Un dato importante: nel 2013 l’Italia ha destinato all’R&D lo 0.68% del PIL nazionale, ossia meno della metà della media dei paesi OCSE.

A fronte di questo scenario l’Italia che fa? La risposta è contenuta nel Rapporto 2015 della Fondazione RES “Nuovi divari. Un’indagine sulle Università del Nord e del Sud”, a cura del prof. Gianfranco Viesti. Rispetto al periodo 2004-2008, il numero degli immatricolati in Italia è calato di 66mila unità; il numero dei docenti è diminuito, parallelamente, del 17%. Il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) per i nostri atenei è calato del 22.5%, mentre in Germania, cresceva del 23%.

Se l’Europa si è data, per il 2020, l’obiettivo di un numero di laureati del 40%, l’Italia sta al 23,9%, collocandosi all’ultimo posto in Europa. Quattro regioni del Mezzogiorno sono tra le ultime dieci in Europa.

Chi gestisce l’agenda delle priorità, dovrebbe evitare di disinvestire in ambito di università e ricerca, in tutta evidenza, almeno per non rinunciare alle “esternalità positive” derivanti dal fatto di avere una popolazione più formata. Invece, “Per la prima volta negli oltre 150 anni di storia unitaria il numero degli studenti universitari si riduce”. Secondo i dati Banca d’Italia, citati nel Rapporto RES 2015, sono proprio le famiglie meno abbienti a vedere i propri ragazzi esclusi dalla formazione universitaria. Il calo riguarda soprattutto il Sud (25.5%), le isole (30.2%), il Centro (23.7%), mentre al Nord è meno sensibile (11%).

Lo studio evidenzia che il nostro sistema universitario sta creando un solco tra atenei di serie A e di serie B. I primi sarebbero ubicati in un piccolo lembo di territorio nazionale compreso tra Milano, Bologna e Venezia.

Considerando che, in base alle stime Ocse, la laurea di un ragazzo produce un beneficio attualizzato di 169000 dollari, al netto dei costi supportati, davvero non si riescono a conciliare queste tendenze di “desertificazione universitaria”, con l’intento dichiarato di ridurre i divari tra Nord e Sud del nostro paese.

Perché calano gli immatricolati con tanta drammaticità, soprattutto al Sud? Le risposte, nel Rapporto, ci sono tutte: ad esempio, scarsità di borse di studio proprio dove ce ne sarebbe più bisogno: il 40% degli idonei al Sud non ne beneficia per carenza di risorse (il 60% nelle isole). Mentre, si legge più avanti, il Fondo Nazionale “incrementa le disparità invece di ridurle, ed eroga al Sud un importo per studente che è anch’esso la metà rispetto al Centro-Nord”.

Ma contano molto anche altri parametri: la qualità della vita nelle città e la facilità negli spostamenti degli studenti, oltre alle prospettive di collocazione sul mercato del lavoro subito dopo gli studi e, last but not least, la qualità dell’offerta formativa. Cala anche il numero dei corsi di dottorato, soprattutto al Sud. Qui vengono citati i dati dell’Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani (ADI): negli ultimi 10 anni sarebbe calato del 42%. Al Sud il numero degli ammessi al dottorato negli ultimi 7 anni è calato del 28.4%, denunciando una pericolosa concentrazione geografica.

Il Rapporto sottolinea anche alcune contraddizioni nel processo di valutazione della qualità della ricerca, così come fatta in Italia, che finisce per colpire, alla fine, anche i dipartimenti eccellenti che si trovino in atenei a cui non venga destinata la conseguente “quota premiale” dei fondi ordinari. La quota premiale sarebbe ipertrofica in Italia, finendo con sottrarre a molti atenei anche le risorse minime. Tale scelta è stata sconsigliata dall’European University Association, in quanto finisce per squilibrare il sistema. E ce ne siamo accorti.

Se, poi, per discriminare il merito dei singoli atenei, tra gli indicatori di merito, si finisce per considerare il numero degli studenti che partecipano ai progetti di mobilità Erasmus, è ovvio che si finisce per premiare quelle università a cui si rivolgono gli studenti con famiglie a reddito superiore e il ragionamento rischia di innescare una retroazione alquanto scontata.