“Chi fu il primo vero maestro di Beethoven?”. Con questa domanda prendeva avvio, in un simposio berlinese di 15 anni fa, l’intervento del musicologo Luigi Della Croce: “A questa domanda essenziale per tentare di spiegare le origini di un genio – proseguiva – i biografi dell’Ottocento e del primo Novecento non hanno dato risposte convincenti, stendendo un velo di incomprensibile silenzio sul suo primo e unico kapellmeister (maestro di cappella, ndr), il veneto Andrea Luchesi”. Un silenzio proseguito ben oltre i biografi del primo Novecento e giunto fino ai giorni nostri, nel bicentenario del terzo e ultimo periodo creativo di Ludwig van Beethoven (1815-1827), con le manchevoli biografie e le lacunose ricerche di studiosi come Maynard Solomon e Carl Dahlhaus.

Se Luchesi batte Haydn
Se infatti Christian Gottlob Neefe e Franz Joseph Haydn sono comunemente ricordati come i due grandi maestri di Beethoven, rispettivamente a Bonn e poi a Vienna, lo studioso tedesco Theodor Anton Henseler, in un suo coraggioso saggio degli anni Trenta del Novecento, rilevava strani silenzi intorno al ruolo svolto da Luchesi nella formazione del giovane Beethoven. Secondo Della Croce da tutti i manuali risulta che era Neefe “l’unico e praticamente più importante maestro di Beethoven”. Ma, nonostante la maggior parte dei suoi biografi tendano a ignorarlo, i dieci anni del cosiddetto periodo di Bonn “rientrano in un quadro formativo facente capo al maestro italiano”. A ridimensionarsi drasticamente, sul versante della formazione beethoveniana, sono dunque non solo la figura di Neefe, ma anche quella, molto più ingombrante, di Haydn, andando così a intaccare quella che viene comunemente chiamata Prima scuola di Vienna (le cui colonne classiche sono Haydn, Mozart e Beethoven).

Le lezioni di Haydn. “Beethoven non fa progressi”
In una lettera indirizzata a Haydn del 23 dicembre 1793, il principe arcivescovo Max Franz, Gran Cavaliere dell’Ordine Teutonico e figlio di Maria Teresa d’Austria, manifestava infatti tutto il suo disappunto per la totale mancanza di progressi compositivi del giovane Beethoven: “La musica del giovane Beethoven che Lei mi ha inviato – scriveva l’arcivescovo – l’ho ricevuta con la Sua lettera. Intanto queste musiche, esclusa la fuga, erano state dallo stesso già composte ed eseguite qui a Bonn, prima che facesse questo suo secondo viaggio a Vienna, per cui le stesse non possono essere testimonianza alcuna dei suoi progressi fatti a Vienna”. Nessun progresso, dunque, sotto la guida di Hayd: “Dubito molto – proseguiva Franz – che con la sua attuale permanenza abbia fatto importanti progressi nella composizione e nel gusto e temo che egli, come dal suo primo viaggio a Vienna, porterà con sé dal viaggio soltanto debiti”.

Luchesi, il trevigiano “star” di Bonn
Originario di Motta di Livenza, in provincia di Treviso, Andrea Luchesi fu allievo del grande Baldassarre Galuppi. A soli 24 anni era un affermato compositore di musica sacra e, trasferitosi a Bonn nel 1771, ne divenne il principale animatore musicale fino al 1794, anno nel quale l’invasione delle truppe francesi pose fine al fiorire della corte di quella città. E fu proprio sotto la direzione di Luchesi che la Cappella musicale di Bonn divenne, stando alla classifica del Musikalischer Almanach del 1782, la terza migliore tra tutte le cappelle musicali dell’impero, addirittura seguita, e non preceduta, dall’Imperial Regia Cappella di Vienna.

Ludwig, l’allievo di Luchesi
Beethoven, entrato a far parte dell’orchestra nel 1782, trascorse ben 10 anni sotto l’insegnamento del grande maestro italiano. Oltre a lui e a Neefe, aggiunge Della Croce, negli anni della prima giovinezza di Ludwig ci sono “il violinista Ferdinand D’Anthoin, il tenore Ferdinand Heller, il violoncellista Joseph Reicha, il conte Ferdinand Waldstein“. Ma “su tutti dominò incontestabilmente Luchesi, creatore poliedrico di opere il cui valore è indiscutibile”.

“Haydn-Mozart-Beethoven? Racconto costruito a tavolino”
Perché dunque Luchesi è stato, a quanto pare volutamente, oscurato da secoli e secoli di storia musicale? Come afferma il maestro Giovanni Battista Columbro, docente al Conservatorio Verdi di Milano, “Andrea Luchesi fu ad arte completamente oscurato. Tutte le corti d’Europa, piccole e grandi, avevano musicisti stipendiati, soprattutto italiani. Al contrario degli italiani o dei boemi, che vantavano ciascuno una scuola che da secoli si tramandava da maestro ad allievo, la nazione austriaca, pur essendo in assoluto la più potente al mondo (nel primo Ottocento), non possedeva fino a quel momento compositori autoctoni di fama. Da qui la necessità di costruire a tavolino ‘una tradizione’: Haydn-Mozart-Beethoven”.

Altra componente di rilievo fu, sempre secondo il maestro Columbro, “l’assenza del diritto d’autore. Non è inusuale che un maestro di cappella lasciasse anonimi i suoi lavori, che erano di proprietà della cappella e di conseguenza del principe. Molto comune era la vendita della musica e il principe ne poteva disporre come meglio credeva, persino venderla. L’acquirente pertanto poteva liberamente intestarla a sé o a chiunque volesse”.

La “pistola fumante”: la Passione di Cristo
Ed è qui che si apre un altro interessante capitolo sul “caso Luchesi”: quante sono le sue composizioni direttamente intestate o rimaneggiate ad arte da altri compositori suoi contemporanei? A riguardo era proprio Henseler a scrivere, nel 1937, che “la Passione di Gesù Cristo di Andrea Luchesi e il Cristo sul monte degli ulivi di Beethoven sono i due capi di uno stesso filo”. Chissà che il grande Luchesi non possa, un giorno, riemergere in tutta la sua statura dal limbo della dimenticanza.