La discussione sulla paternità e sulla condivisione della cura dei figli è al centro dell’agenda politica di diversi Paesi. In Italia, un emendamento alla Legge di stabilità, propone l’introduzione di congedi obbligatori di paternità di 15 giorni, nel primo mese di vita del bambino, a retribuzione piena. In Irlanda, dal prossimo autunno, i neopapà potranno chiedere due settimane retribuite di congedo per la nascita di un figlio. Una misura, ha detto ministro James Reilly, che rappresenta soltanto il primo passo per una condivisione del congedo parentale. In Inghilterra, invece, dallo scorso aprile, le 50 settimane di congedo possono essere suddivise tra i due genitori.

Negli Stati Uniti, dove i congedi parentali sono ridotti al minimo anche per le donne, con situazioni che cambiano in base all’azienda, sui giornali di discute della condivisione della cura dei figli, non soltanto nelle prime settimane di vita, ma durante la crescita. Ad aprire il dibattito è stato Andrew Moravcsik, professore universitario a Princeton, marito di Anne-Marie Slaughter, anche lei docente a Princeton, con alti incarichi per il Governo, che tre anni fa ha scritto un manifesto – che ha avuto 3 milioni di visite – su quanto resta difficile per le donne “avere tutto”, e cioè famiglia e carriera.

Con un articolo sull’Atlantic, Moravcsik ha spiegato che per il bene della carriera della moglie ha deciso di fare il “lead parent”, il genitore guida, dei suoi due figli adolescenti. Un ruolo che lo sta mettendo di fronte a una serie di barriere culturali, difficili da abbattere. Infatti, la divisione dei ruoli familiari è ancora inusuale. Secondo una ricerca del Pew Research Center, il 50 per cento delle donne sposate o che convivono, dichiara di fare più per i bambini e per la casa del partner. Percentuale che scende al 4 per cento nel caso degli uomini. Uno studio dell’ Harvard Business School rileva che le donne, quando si sposano, credono di avere le stesse possibilità di carriera dei mariti. Ma poi, più dei due terzi finiscono per fare molto di più per la cura di casa e figli. Un’opzione, per ovviare al problema, spiega Moravcsik, è non avere bambini. Un’indagine della Wharton School dimostra che è in aumenta il numero di giovani coppie di professionisti che scelgono in questo senso.

Moravcsik ammette di essere riuscito a diventare un genitore “guida”, senza rinunciare alla carriera, perché ha un lavoro all’università, dato che in altri luoghi sarebbe stato impossibile. Nemmeno gli uomini più giovani ce la fanno, nonostante le buone intenzioni. Numerose ricerche dimostrano che i Millenials, cioè i nati tra gli anni Ottanta e i primi anni Duemila, a causa dell’assenza di politiche di sostegno alla famiglia, vengono forzati a riprodurre i tradizionali ruoli di genere, una volta che hanno figli. Mentre gli stereotipi restano forti: il 42 per cento degli americani crede ancora che la famiglia ideale sia composta da un uomo che lavora e da una madre che fa la casalinga full- time. Un uomo che decide di comportarsi diversamente, soprattutto se ha tra i 40 e 50 anni, sostiene Moravcsik, non viene considerato un vero maschio alfa.

Cambiare l’immaginario non è semplice, ma ci sono azioni, non solo politiche, che si possono intraprendere, come quella dell’agenzia fotografica Getty image che, nei mesi scorsi, ha lanciato una campagna di immagini, in collaborazione con l’associazione Leanin.org, per ridefinire la paternità. Nelle foto di Getty image, gli uomini sono immortalati in ufficio, al lavoro con altre donne, come mentre si prendono cura dei figli. Nelle immagini non ci sono soltanto uomini e padri eterosessuali, ma anche omosessuali e transessuali, che vengono rappresentati negli aspetti di cura e di collaborazione con il partner.