Basta accostare l’orecchio a questo Irrational Man, 44esimo film di Woody Allen, per rilevare il sinistro scricchiolio dell’autore che sta raschiando il fondo di un barile drammaturgico da lui stesso costruito nel tempo come personale marchio commerciale, quel qualcosa che oggi si definirebbe “brand”. Se poi Allen non avesse girato 23 film negli ultimi 23 anni come una premiata forneria di sfilatini, o non avesse una filmografia più corposa di Neri Parenti (44 vs. 42), non ci troveremmo nemmeno di fronte ad una stanca, sfibrata ripetizione dell’esposizione di uno schema mai rinnovato o rilanciato, mai più percepito come intima corrispondenza di un autentico sé da almeno 20 anni.

Per chi scrive Allen si è fermato nell’esplorazione seria, divertita e consapevole, delle sue personali idiosincrasie, elucubrazioni ed incubi nel 1992, con Mariti e Mogli, ultimo importante tentativo persino formale di viva autoanalisi su grande schermo. Capiamoci: l’autoanalisi di per sé non è miglior drammaturgia rispetto ad un’altra, ma farlo con serietà e senso dell’umorismo, per Allen, era diventato un consolidato, vibrante e riconosciuto tratto autoriale. Dopo quella data, però, ha inserito il pilota automatico e tutti gli spunti, i soggetti, le suggestioni intellettuali che Allen espungeva dalla letteratura, dalla psicoanalisi, dalla cultura pop e contemporanea, sono diventati pretesti per ristampare anonimamente lo stemma del proprio casato. Una lunga introduzione perché spiegare Allen a un 20enne è quasi un obbligo morale.

Il suddetto 20enne che entrerà in sala a vedere Irrational Man senza aver mai visto Crimini e Misfatti (non Match Point, nemmeno Sogni e Delitti, vengono molto dopo e già ripetono fino all’usura lo schema dell’omicida alle prese con il cruccio morale) penserà che Allen è un vecchietto disilluso che ha scritto quattro scenette con due attori in scena in un bel campus rigoglioso e verdeggiante, e ha caricato il protagonista – un professore di filosofia (Phoenix) che scanchera grossolanamente in classe su Kant, Heidegger e Kirkegaard – di un esistenzialismo morboso e malato che si rinfranca solo con l’uccisione di un “cattivo” scelto a casaccio dopo aver origliato una conversazione al bar.

“Bene”, dirà il 20enne, “questo è Woody Allen? Ebbene una roba così la posso girare anch’io”. Vero, tremendamente vero. Come quelle infinite serie di film noir in copia, tranne rare eccezioni poi recuperate, che si giravano negli anni ’50; o i telefilm polizieschi anni ‘70/’80 più nostalgiche coperte di Linus che vere e proprie gemme autoriali, in cui si attendeva con impazienza se l’assassino veniva scoperto e punito. Se il piacere del cinema è uno spurio count down della detection, allora prego accomodarsi. Se invece abbiamo ancora bisogno di farci rapire, ammaliare, ammutolire dalle immagini di un racconto che vive, palpita, sogna, sconvolge scavando nella profondità di uno script o nella bellezza della visione, con o senza mezzi produttivi a disposizione, allora prego rimanere fuori dalla sala in cui proiettano Irrational Man.

Oltretutto chi si aspetta la pochade dell’Allen gerontocratico, che alimenta l’ego di ninfette in crisi professionale, rimarrà deluso. Non ci sono battute facili sul sesso e sulle coppie, e nemmeno “difficili” (intese come un minimo stratificate nella dimensione culturale e di scrittura oltre il gioco di parole, il malinteso, il doppio senso), ma solo la calma piatta di una banale agnizione di un presunto depresso che uccidendo si rinvigorisce. Inutile disseminare, letteralmente, appoggiando libri o dettagliando scritte a biro su un foglio, il film di riferimenti dotti (pensate un po’: c’è Dostoevskij!). Irrational man è un film inesistente, involontaria parodia di una qualsiasi tragedia bergmaniana o già alleniana, tirato via, privo di significato, di sguardo e punto di vista – un esempio pragmatico ed evidente: le voci narranti si moltiplicano, sovrappongono, perdono, chi racconta chi, chi racconta cosa. Allen ha voluto con caparbietà ritagliarsi un ruolo marginale, secondario, ininfluente nel cinema mondiale, dopo averne cavalcato gloriosamente e con merito i piani altissimi fino ai primi anni novanta. Questo understatement se l’è scelto lui. Saperlo aiuta, come sempre, a separare il grano dal loglio in un’epoca in cui serialità e sciatteria vengono scambiati per lodevole adattamento al mercato.