In attesa di scoprire come evolverà il “dieselgate” Volkswagen e di sapere quanto dovrà pagare il gruppo di Wolfsburg, un altro capitolo complicato della storia dell’industria automobilistica sta per chiudersi, quello della General Motors e dei famigerati blocchetti di accensione difettosi che ha avuto inizio ben 13 anni fa, nel 2002. Giovedì scorso il fondo per il risarcimento delle vittime e dei loro familiari ha chiuso le operazioni, pagando complessivamente 594,5 milioni di dollari suddivisi su 399 richieste di indennizzo approvate. Lo riporta il Detroit News, spiegando nel dettaglio che 124 riguardano persone decedute, 18 persone che hanno riportato gravi danni permanenti, mentre 257 sono i feriti. Il resoconto finale è stato ufficializzato dall’avvocato Kenneth Feinberg, co-responsabile del fondo insieme a Camille Biros, che ha spiegato come il 90% degli indennizzi sia stato accettato (le 37 persone che hanno rifiutato sono feriti lievi) e che su 4.343 ricevute ne sono state approvate poco meno del 10%.

Il 61% di tutte le richieste, inoltre, riguardavano incidenti avvenuti anche a causa di negligenze del guidatore – cintura non allacciata, velocità eccessiva, guida in stato di ebbrezza o sotto effetto di stupefacenti – ma GM ha deciso di accettarle lo stesso, così come quelle riguardanti casi antecedenti al 10 luglio 2009, cioè il giorno in cui la “vecchia” General Motors è fallita per lasciare posto alla nuova. Così facendo, il gruppo americano si è messo al riparto da ogni futura richiesta di rivalsa, perché chi riceve l’indennizzo accetta anche di non iniziare azioni legali verso GM. Inoltre, ha anche impresso una forte spinta positiva alla propria immagine pubblica, ammettendo tutte le proprie colpe e pagando per queste, dopo che per dieci anni aveva prima negato e poi minimizzato il problema, che in realtà era assai banale: la molla di richiamo era troppo debole e cedeva facilmente sotto il peso del portachiavi. A quel punto l’auto si spegneva, diventava incontrollabile e, in caso di incidente, non funzionavano nemmeno gli airbag.

Ma non è tutto, perché la General Motors dovrà pagare anche una multa da 900 milioni di dollari al Governo americano, una cifra alta che tuttavia non raggiunge quella di 1,2 miliardi di dollari pagata da Toyota per i problemi relativi al pedale del gas che poteva rimanere incastrato. I coreani di Hyundai e Kia, invece, avevano pagato “solo” 300 milioni di dollari per i consumi troppo ottimisti dichiarati sulle proprie vetture. Per avere un nuovo record, dunque, bisognerà attendere la risoluzione del caso Volkswagen, per il quale finora sono stati ipotizzati 18 miliardi di dollari di multa, cioè la sanzione massima di 37.500 dollari per ognuna delle 482.000 auto coinvolte secondo l’EPA.