Da quando scrivo sul Fatto Quotidiano mi sono sentita dare della “disfattista”, “gufo”, “grillina”, “cinica”, “pessimista”. Per voi “va sempre tutto male, avete dei problemi” ti dicono. Questo solo per rimanere alle cose riportabili e per non parlare dei vari vaffa e di altre simpatiche locuzioni da parte dei barbari che popolano il web e che scorrazzano liberamente anche tra i commentatori anonimi dei blog del Fatto.

Io personalmente, non sono nessuna di queste cose. Anzi, se proprio dovessi dire (sul piano personale) sono fin troppo ottimista e cerco sempre di farmi andare bene le cose che mi capitano e di girarle in positivo anche se sono negative (sul piano personale, ribadisco). Sul piano pubblico il discorso è – e deve essere – diverso. Nessuno di noi scommette contro l’Italia.

Anzi, proprio perché vorremmo che diventasse un posto vivibile per i nostri figli, vorremmo che le cose cambiassero.
E proprio per questo scriviamo che ci sono troppe cose, in Italia, che non vanno bene. Quindi non possiamo farcele andare bene per non disturbare il manovratore. E’ giusto criticare, quando c’è da criticare. Criticare non è e non può essere sinonimo di disfattismo. Si chiama dissenso ed è l’opposto della propaganda. L’uniformità del pensiero unico è rischiosa. Questa cosa, il diritto di critica, ha un nome semplice semplice: si chiama libertà. Un paese civile e democratico si differenzia da un regime proprio per come applica questa semplice parolina.

A qualcuno questo non piace. Oppure pensano di poter indirizzare lo storytelling nazionale (piace molto questo modo di parlare, significa semplicemente il racconto della realtà) come vorrebbero che fosse e non come realmente è. A ben guardare l’iniziativa della Leopolda contro il Fatto Quotidiano è indice di una grande debolezza. Il Renzi della prima ora (o il Renzi1, come si definì lui stesso) non l’avrebbe mai fatto.

Cercare di gettare fango e screditare un giornale che ti critica, oltre che odioso è anche idiota. Il giochino del titolo più brutto è qualcosa di indigeribile, allo stesso livello di quando Grillo indice il concorso per votare il lecchino del giorno e il giornalista da mettere nel mirino.

Non può MAI essere un politico o un partito a giudicare le critiche di un giornalista, giudizio riservato esclusivamente ai suoi lettori (o a un giudice, in caso pubblichi cose false o diffamatorie).

Chi lo fa, o pensa di poterlo fare, ha già in mano la bottiglia dell’olio di ricino.