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Salvo future revisioni è stata messa la parola fine al giallo del delitto di Garlasco. L’omicida di Chiara Poggi sarebbe il fidanzato dell’epoca, Alberto Stasi. Avrebbe ucciso tra le 9,12 e le 9,35 del mattino, il 13 agosto 2007, all’interno della villetta dei Poggi. Dopo aver passato la serata a mangiare una pizza con la fidanzata (di li a poche ore vittima) nel soggiorno di quella stessa casa, teatro dell’omicidio. Chissà qual è il movente, chissà qual è l’arma. Chissà se è mai (ri)entrato in quella casa, come ha sempre affermato, prima di dare l’allarme a seguito del ritrovamento del cadavere, dopo le 13,30 di quel tragico giorno.

Chissà che fine hanno fatto le scarpe che Stasi calzava al momento del delitto (sulla scena del crimine ci sono le impronte, nette, di una calzatura con la suola a pallini, che però non è mai stata rinvenuta). Chissà se è di Alberto la bicicletta che la teste ha visto quella mattina, alle 9,10 (circa, ci sarebbe da dire, posto che a quell’ora Alberto non sarebbe dovuto ancora essere da Chiara, se è vero che suona ed entra alle 9,12). Chissà se è vero che nell’arco temporale 9,12/9,35 (quando è certamente di ritorno a casa sua perché accende il computer) c’è il tempo di uccidere a colpi in testa, senza “perdere tempo” la fidanzata, buttare il suo cadavere dalle scale e poi uscire, prendere la bicicletta e fare ritorno a casa. Chissà se la bicicletta sul cui pedale è stato trovato il Dna di Chiara è quella che ha visto la testimone alle 9,10, atteso che la descrizione è diversa. Restano molti dubbi, come in tutte le vicende umane, quelle più felici e quelle più tragiche.

Ma cercare la ragione sottostante a ogni elemento, anche il più labile, non porta a nulla. Perché, di contro, la difesa della famiglia Poggi ha dimostrato che quel tempo è sufficiente per uccidere e tornare a casa; la giurisprudenza insegna che il movente è un dato che se c’è aiuta, altrimenti è indifferente; le scarpe a palline possono essere state buttate via e dunque la loro assenza a casa di Stasi è un fatto irrilevante; e così la testimone, come ogni testimone, può aver visto male i contorni fisici della biciclettaE dunque, quella con il dna di Chiara (sequestrata ad Alberto) sarebbe la medesima vista davanti a casa Poggi. E la camminata sulla scena del crimine? Stasi ha sempre detto di essere andato a cercare la fidanzata presso la villetta dei Poggi, perché Chiara non ha risposto alle sue telefonate nel corso di tutta la mattinata (alibi ben costruito o ricostruzione genuina?).

Ha detto di essersi mosso da casa propria dopo il telegiornale delle 13, di essere entrato in casa scavalcando il cancello perché nessuno gli ha risposto (Chiara era morta da ore, ma Alberto non lo sapeva) e, dopo qualche vana perlustrazione, di aver visto il corpo della fidanzata in fondo alle scale della cantina, riverso in una pozza di sangue. Se le scarpe a pallini non sono le sue, può aver camminato nel soggiorno (cosparso “a macchia di leopardo” di sangue) senza sporcarsi le suole? L’accusa dice che è statisticamente impossibile (almeno in un calcolo di probabilità ragionevole), la difesa sostiene il contrario. Ancora dubbi. Ma si tratta di dubbi ragionevoli e cioè utili per smontare l’impianto accusatorio, oppure no?

La decisione di oggi viene dopo l’inaspettata richiesta dell’accusa di Cassazione di annullare la sentenza di condanna: probabilmente il Procuratore Generale l’ha pensata in questo senso e cioè che si trattasse di dubbi decisivi. Il pubblico si aspettava che il collegio giudicante “aderisse” a questa richiesta. Ma è accaduto il contrario: i giudici hanno condannato.

Posso azzardare alcune considerazioni (anche se la verità della decisione ci sarà solo quando verranno depositate le motivazioni): una sulle prove (che dovrebbero essere l’unica luce a cui guarda il giudicante); una sulle sentenze precedenti (che hanno alternato assoluzioni e condanne); una sul contesto “ambientale”. Quanto alla prima: sul portasapone dove si è lavato (certamente) l’assassino c’è l’impronta digitale di Stasi. Si dice che è normale la presenza di quella traccia perché è la casa della fidanzata e dunque è usualmente frequentata dall’accusato. Sarebbe vero, se si fossero trovate altre impronte, in altri luoghi. Invece nulla. Solo un’altra impronta, sul cartone della pizza (indiscutibilmente) mangiata la sera prima. Questa è la targa dell’assassino. Credo sia stato condannato per questa prova. Le altre sono dubbie, questa no.

Le sentenze precedenti: a cominciare dalla prima, quella dell’abbreviato, il processo è stato usato non per giudicare gli elementi d’accusa (che sarebbe la regola) ma per cercare la prova della colpevolezza (o dell’innocenza). Cosa che non va fatta, mai. Ma non per ragioni di vago garantismo, ma perché si creano, nel giudice, euristiche (errori di ragionamento) e trappole mentali, che poi incidono sul ragionamento, quello limpido, non contaminato. Un conto è cercare un testimone, fare una singola analisi, decisiva. Altro conto è rifare l’indagine una, due, tre, quattro volte. Per fortuna non c’è stato un nuovo rinvio per un nuovo giudizio d’appello. Sarebbe stato un “accanimento terapeutico processuale”.

Justice of Mind si occupa di analizzare le trappole mentali che investono il giudice quando deve analizzare determinate prove. Le stesse trappole, moltiplicate, si hanno quando più giudici che si susseguono vogliono trovare e ritrovare, fare e rifare le medesime prove. Quanto al contesto: la vicenda di Chiara non poteva chiudersi con un nulla di fatto. E’ troppi anni che la Pop Justice (il nuovo genere letterario “giallo”, cioè il romanzo con delitto, preso dalla cronaca reale e trasportato nella metafisica dei media) aveva decretato l’esigenza di trovare un colpevole (e forse l’aveva trovato in Stasi). Questo può influire sul giudizio dell’Aula, presunto logico ed “illibato” da contaminazioni ambientali? La risposta del giurista è no. La risposta dello psicologo cognitivo, dello studioso di marketing e psicologia sociale o del filosofo della mente è si (certamente). E’ un ragionevole dubbio?