Quella del genere femminile è una lunga storia fatta di continue penalizzazioni, di sistematiche estromissioni. In ambito musicale, e più esattamente compositivo, questo genere di privazioni si fanno più lampanti che altrove: tutti, anche i meno avvezzi, potrebbero ricordare all’impronta alcuni nomi dei più grandi compositori della storia musicale, ma pochi, pochissimi, potrebbero menzionare a tal riguardo il nome di qualche compositrice. Eppure le donne e la composizione vantano una lunga sequela di nomi illustri che vanno ad affiancare, non senza una notevole dose di brani e repertori possibili, quelli maschili, e questo già a partire dal periodo rinascimentale.

Certo, un simile ritardo non può che dipendere, innanzitutto, dalla storica condizione sociale e culturale della donna, troppo spesso relegata, specie nei secoli passati ma anche fino a tempi non troppo lontani, al ruolo di madre e angelo del focolare domestico. È anche però vero che non troppo si è fatto per riportare in auge alcune delle più notevoli compositrici dei tempi andati, definitivamente lasciate, specie agli occhi del grande pubblico, nel più totale oblio. Si potrebbe cominciare, ad esempio, ricordando una carriera mancata, un nome illustre, ahinoi, solo per la parentela col principe della musica classica, Wolfgang Amadeus Mozart. Maria Anna Mozart, o come i familiari erano soliti chiamarla, Nannerl, suonava eccellentemente il clavicembalo, il fortepiano e il pianoforte (senza però la tanto presunta quanto mitologica superiorità sul fratello, come alcuni giornali avrebbero ultimamente voluto far credere), e, cosa che più ci interessa, componeva egregiamente: “Sono stupefatto! Non sapevo fossi in grado di comporre in modo così grazioso. In una parola, il tuo Lied è bello. Ti prego, cerca di fare più spesso queste cose” le scrisse il fratello Wolfgang dall’Italia nel 1770.

Un’attestazione questa delle capacità e del talento di una grande musicista che, se non avesse dovuto, per costrizioni sociali e familiari, trovare marito e di fatto accasarsi, si sarebbe probabilmente espressa nel migliore dei modi possibili. Se quella della sorella di Mozart fu un’occasione mancata per il mondo della composizione, altrettanto non si potrà dire per tutte quelle musiciste italiane che la saggista Daniela Domenici ha raccolto nell’interessante volume Note di donne, musiciste italiane dal 1542 al 1833. “Ho trovato la biografia online della maggior parte delle compositrici scritta in inglese e non in italiano, come mi sarei aspettata data la loro nazionalità” scrive l’autrice del libro nella sua introduzione, riportando un dato che fa molto riflettere sulle responsabilità degli studiosi di settore. Nomi come quello di Maddalena Casulana, compositrice del periodo tardo rinascimentale nonché prima donna in assoluto ad aver pubblicato proprie composizioni nella storia della musica occidentale. Nella dedica del suo primo libro di madrigali, rivolta a Isabella de’ Medici, la Casulana affermava la volontà “di mostrare al mondo il vanitoso errore degli uomini di possedere essi soli doti intellettuali, e di non credere possibile che possano esserne dotate anche le donne”, ergendosi così a emblema di un’emancipazione femminile incredibilmente ante litteram. Nomi poi come quello di Francesca Caccini, figlia del più celebre Giulio, una delle musiciste che maggiormente contribuì all’evoluzione della musica barocca nonché prima compositrice della storia a scrivere un’opera, La liberazione di Ruggiero.

E ancora oltre troviamo i nomi di Barbara Strozzi, Claudia Sessa, Sulpitia Cesis, Lucrezia Vizzana, Claudia Rusca, Chiara Cozzolani e Isabella Leonarda, quasi tutte, neanche a dirlo, appartenenti a ordini monacali di vario genere. Ma non è tutto. Spiccano infatti, tra i tanti nomi possibili, quelli di compositrici come Raffaella Aleotti, la prima donna della storia a pubblicare composizioni di musica sacra, o Maria Calegari, che per le sue incredibili esecuzioni e meravigliose composizioni si conquistò il titolo di Divina Euterpe, in riferimento alla musa della musica. Come non ricordare poi Maddalena Sirmen, una delle poche a non esser cresciuta in condizioni agiate. Nata infatti da una famiglia aristocratica caduta in miseria, la Sirmen crebbe in uno di quegli orfanotrofi veneziani, l’Ospedale dei Mendicanti, nei quali ai bambini si insegnavano le arti e i mestieri: così, a partire dalla tenera età di otto anni, Maddalena iniziò i suoi studi che, nel tempo, la fecero diventare un’apprezzatissima violinista oltre che una compostirice nota in tutta Europa. Storie di donne che, nonostante le costrizioni sociali e culturali del loro tempo, seppero dare alla musica un contributo che, ancora oggi, non trova posto alcuno nella memoria collettiva.