Chiamatelo Daniele Luchetti. Quello de Il portaborse, ricordate? Ora porta la borsa, anzi la borraccia, al papa amico, papa Francesco. C’è sempre qualcuno in odore di santità a cui votarsi quando si fa cinema. E chi se non il papa “della gente”? Uno filmabile, lontano dal profilo di Ratzinger. Per stare al cospetto di qualcosa di inarrivabile però meglio annullarsi e scegliere l’understatement. Ci si cancella come idea di regia, come sguardo attraverso la macchina da presa, e si lascia che il racconto si espleti da solo, perché tanto è papa Francesco, il papa della gente, qualcosa di “buono” e di “santo” accadrà pure.

Il problema è che di eclatante e spettacolare nella vita di Jorge Bergoglio c’è giusto la passione adolescenziale per il San Lorenzo o il simpatico discorsetto dal balcone di San Pietro dopo la storica fumata bianca. Il resto, diceva Califano, è noia. Chi entrerà a vedere Chiamatemi Francesco, lo si sappia subito, vedrà un Garage Olimpo (a proposito, dov’è finito Marco Bechis?) amputato di una qualsiasi idea politica, o di cinema, a supportarla. La mise-en-scene della “lista Bergoglio” (libro omonimo edito da Emi), cioè quella testimonianza taciuta dal modesto gesuita nel tempo di una lunga lista di salvati dalla dittatura di Videla, è il film. Nulla di più, nulla di meno. Se si eccettua l’incursione nel conclave alla Habemus Papam – a proposito perché non prendere Michel Piccoli che era ben più somigliante a Bergoglio? -, l’occhio di Luchetti nella versione sala cinematografica (ci sarà anche la miniserie tv quindi il taglia e cuci slabbrato ne è l’effetto) è un lungo, irrisolto pamphlet agiografico su quanto Bergoglio fece, dal 1973 e durante tutto il regime dittatoriale, ricoprendo il ruolo più alto in grado dei gesuiti di “provinciale d’Argentina per la Compagnia di Gesù”, per salvare i perseguitati dagli squadroni della morte.

E visto che siamo sul piano storico si susseguono incazzature e battibecchi (quello con la suora ribelle è degno di una telenovela), ma non una presa di posizione morale contro il potere. Evidentemente si fa così. I “cornuti e mazziati” rimangono i preti della “teologia della liberazione”, i “marxisti” dicono i colonnelli e gli alti prelati nel film, che avevano rivoluzionato il Centro e Sud America tornando tra la gente e non stando in ufficio.

In questo il contenuto luchettiano e dell’intera produzione Taodue mostra la corda della semplificazione storica e del “paraculismo” terzomondista. Attenzione: Bergoglio si fa tutta la trafila tra i gesuiti, che non è una passeggiata tra preti simpatici e buontemponi, anzi, e ne diventa perfino il responsabile supremo (figuriamoci); mentre la versione finale del film lo accosta separatamente sempre ad inserti prolungati su qualche gesuita che sembra un teologo della liberazione a far messe, e farsi uccidere, in mezzo ai poveracci.

Bergoglio rispetto a questi è sempre lontano, ne percepisce le gesta, s’incazza quando li ammazzano, li torturano e li rapiscono, ma alla fine quando esce dal suo ufficio (spazio che nel film “abita” assai, versione Colegio Maximo) va a fare la ramanzina ad uno di questi, pure suo maestro, dicendo che “se continui così i militari ti uccideranno”. Avete presente Ollio di Stanlio e Ollio? Ecco, Bergoglio è Ollio che sistema sbuffando e scancherando i danni compiuti da Stanlio. Se poi si riescono a superare soluzioni stilistiche come la macchina da presa che trema a caso di fronte a quello che vuole riprendere, il commento musicale che si inebria di arie tanghere con un pizzicar di corde e la gravità degli archi, si arriva al vero pezzo di “bravura” completamente slegato da ogni misero punto di vista espressivo scelto fino a quel momento.

Improvvisamente l’occhio della cinecamera sbanda in una ripetuta soggettiva dentro l’Escuela Superior di Medicina di un prete torturato con gli occhi coperti da una mezza benda che guarda tavoli e strumenti di tortura. Quando Godard parlava di “una carrellata come questione morale” sarà stato uno stramaledetto ateo, ma non era un cretino.