Siriani in fuga dalla guerra nel loro paese attraversano la Turchia

“Esportazione della democrazia” e “bombe intelligenti” sono espressioni che riecheggiano nell’immaginario collettivo richiamando gli spettri dell’intervento degli Stati Uniti in Iraq. “Le bombe intelligenti”, nel decalogo delle definizioni dispregiative usate da una certa parte del movimento pacifista italiano e da alcuni partiti di sinistra, non possono che essere quelle americane o di qualche Stato appartenente al cosiddetto Occidente.

Da mesi una coalizione internazionale, alla quale partecipano anche paesi europei, conduce bombardamenti sistematici in Siria, dichiarando che questi sono “contro lo Stato Islamico” ma solo quando la Francia, dopo gli attentati di Parigi, ha cominciato a bombardare la città siriana di Raqqa si è levata qualche voce – ancora troppo poche – nella nostra società dichiarando che, forse, le bombe francesi non colpiscono chirurgicamente, come qualcun altro sostiene, ma provocano morte fra i civili.

Differente è l’immagine che abbiamo della Russia e dei bombardamenti che conduce in Siria. E’ curioso notare come alcuni partiti di estrema sinistra e di estrema destra siano capaci di convergere intorno alla figura del presidente russo Vladimir Putin, fino a descriverlo come “lo statista del secolo”, “l’uomo che porterà la pace – a suon di bombe – nel Medioriente”. Così com’è strano che da quando, nel settembre di questo anno, la Russia ha ufficializzato il suo intervento in Siria, anche se dall’inizio della crisi era già impegnata nel sostegno (economico e militare) del regime di Damasco, nessuno abbia protestato contro i bombardamenti russi in Siria. Solo due giorni fa ad Ariha, una città nei pressi di Idlib, un aereo russo ha bombardato un mercato provocando la morte di oltre 40 civili. Perché? Probabilmente perché, al pari della tanto odiata (ma prima molto amata) Turchia, la Russia porta avanti i suoi interessi (come tutte le potenze internazionali e regionali coinvolte nel conflitto) in Siria.

In nome della lotta all’Isis, il nemico perfetto, ogni contendente conduce la propria battaglia. Come la Turchia che bombarda quasi esclusivamente i curdi del Ypg (che, dal canto loro, stanno ripulendo dalla componente araba il nord della Siria), la Russia che ha concentrato i suoi bombardamenti in quella che è la Siria utile, cioè quell’asse che va da Damasco a Aleppo e che include la costa.

Formalmente, al pari della Turchia, l’intervento russo in Siria è stato ufficializzato in funzione anti-Isis, ma come dimostra il massacro di due giorni fa nel mercato di Ariha, dove un aereo russo ha sganciato una bomba provocando 40 morti e decine di feriti, l’azione del Cremlino in Siria è principalmente a sostegno del regime di Assad, contro le formazioni del variegato fronte dei ribelli siriani. Eppure, da destra e sinistra, arriva il plauso a Putin che è diventato, secondo una certa retorica, “il baluardo contro l’estremismo islamico (in questo caso l’Isis)”.

L’anti-americanismo di cui è permeato lo sguardo di una certa sinistra e destra italiana non permette di staccarsi dalle vecchie categorie con le quali si analizzava il medioriente, come “l’antimperialismo” o, appunto, “l’esportazione della democrazia”. Così, per questo variegato gruppo ideologico, che si mischia fino a diventare un fronte unito intorno a autarchi come Putin e dittatori come Assad, le bombe del Cremlino diventano intelligenti e colpiscono solo terroristi. Assad, invece, diventa il male minore, l’uomo della provvidenza da reinstallare a Damasco nel nome della lotta a quel fondamentalismo islamico che ci acceca, non permettendoci più il discernimento di cui avremmo tanto bisogno.

Quindi, con buona pace dei morti a Ariha, di quelli a Raqqa e nelle altre città siriane che vengono bombardate, sarebbe stato meglio se le bombe sganciate fossero state americane perché, almeno, l’anti-americanismo latente nella nostra società ci avrebbe permesso di riconoscere – come vittime – i morti di ieri ad Ariha e quelli che verranno.