Puntata dello spettacolo "Ti Lascio Una Canzone"

Per sconfiggere il nemico occorre prima conoscerlo, studiarlo, osservarlo da vicino. Perciò sabato sera ho deciso di turarmi il naso e guardare l’ultima puntata dell’ottava edizione di Ti lascio una canzone, il baby talent condotto da Antonella Clerici su Rai 1. Unica nota veramente positiva e rassicurante è quanto la stessa conduttrice pare abbia voluto far intendere con le parole: “Io non so se ci sarà un’altra edizione di questo programma per tanti motivi che non dipendono da me”, il che ci lascia sperare in un futuro migliore, privo cioè di siffatti spettacoli.

Bambini, vista l’età e senza dunque colpa alcuna, spesso stonati e, poveri loro, tremendamente vestiti: grottesche caricature dei divi e delle dive del mainstream. A corredare le performance canore dei concorrenti, i geniali autori del programma condotto dalla Clerici hanno pensato di inserire osceni balletti di bambine in chiave “ballerine di avanspettacolo”, all’insegna di un certo sessismo che qui diviene becero più che altrove, in quanto esteso a fasce d’età che dovrebbero essere protette, preservate da questo genere di malcostumi televisivi.

Ma andiamo al dunque: i bambini che partecipano a programmi del genere subiscono infatti una sovraesposizione esagerata, una pressione tale da portarli inevitabilmente a gonfiarsi come palloncini pieni di nulla, rovinati nei loro anni migliori e più delicati, quelli della formazione. A testimoniarlo, come se del resto non fosse facilmente intuibile, sono i dialoghi che si susseguono, nel corso delle varie performance, tra la Clerici e i vari concorrenti: “Cosa è cambiato dall’inizio del programma?” chiede la conduttrice al cantante dei 14enni (circa) Gravity, che, dopo la “lunga carriera musicale” e le mille esperienze maturate nel corso degli anni, risponde: “Prima eravamo un gruppo comune, adesso siamo compagni di vita!”. Di vita? Crederanno forse anche loro nella reincarnazione e si riferiranno dunque alle vite precedenti? Nessuno lo sa.

“Tutte le bambine sono innamorate di te” dice sempre la Clerici, con tanto di riferimenti all’essere o meno un playboy, a un altro concorrente, un bambino che avrà potuto avere appena 7 anni, e il tutto mentre il pubblico, visibilmente inebetito, sorride laddove dovrebbe inorridire. Allora ci viene spontaneo domandarci: quali valori veicola un programma simile? Quale senso dell’arte musicale trasferisce un simile contenitore mediatico ai bambini che vi partecipano oltre che a quelli che lo seguono da casa? Anche qui, ancora una volta, nessuno lo sa. Brani difficili, vocalmente parlando, vengono affidati alle voci di pargoli appena dodicenni, che vengono così forzati in esecuzioni improbabili: un esempio su tutti è il brano E poi di Giorgia.

Ma, siccome di gara trattasi, chi giudica queste esecuzioni? Ovviamente anche qui, come in ogni talent che si rispetti, non può mancare la giuria. Una giuria che con tutti gli altri talent condivide qualcosa di sostanziale: il senso del ridicolo. A parte infatti la presenza di Massimiliano Pani, unico vero addetto ai lavori, quali particolari competenze dovrebbero vantare Lorella Cuccarini, Chiara Galiazzo o Fabrizio Frizzi (aiuto!!!) tali da farli sedere in una qualsiasi giuria possibile? Nessuno lo sa, ma la domanda vera è un’altra: chi dà il diritto a questa gente, agli autori, ai presentatori, ai produttori di orribili programmi del genere di mettere in competizione fra loro, con tanto di voti e vincitori, indifesi esseri ancora il più delle volte neanche adolescenti? Come si può permettere tutto ciò?

I ragazzini crescono con un’idea di competizione, ma soprattutto di competizione in musica, assolutamente insana, perversa, deviata. Lasciamo stare i bambini, avranno tutta la vita per sbattere la testa in assurde quanto improduttive competizioni: lasciamogli almeno l’infanzia, l’adolescenza, lasciamoli in pace. Tanto più che l’idea di musica, e di spettacolo musicale, che vanno formando questi ragazzi nelle loro teste grazie a programmi simili è quanto di più distante possa esistere dal reale senso della musica e, perché no, dello stesso spettacolo musicale.

Andiamo oltre allora. Ma oltre cosa esattamente? Oltre effettivamente c’è ben poco, per non dire il nulla, o quasi. Il massimo del kitsch infatti si tocca alla comparsa del “quinto Beatle”, Umberto Tozzi, l’uomo che ultimamente è riuscito a regalare una delle più grandi perle musicali di ogni tempo: “Se io fossi nato a Liverpool e avessi incontrato i Beatles, probabilmente sarei stato il quinto Beatle. Ma senza presunzione, lo dico per le canzoni che ho scritto”, è già, perché anche Lennon e McCartney se non fossero stati impegnati a scrivere canzoni come Let it be, Strawberry fields forever o Help! avrebbero certamente scritto brani come Gloria e Ti amo. Lui però, impassibile come una roccia, nel corso della stessa intervista rilasciata a La Stampa è riuscito a dire tutto e il contrario di tutto, come il fatto che “I vari X Factor e The Voice non aiutano i ragazzi”, salvo però poi prendervi parte in qualità di ospite d’onore, come appunto all’ultima puntata di Ti lascio una canzone.

Speriamo dunque davvero questa sia l’ultima edizione di un nulla al cubo che da ben 8 anni affligge chi dell’arte, della musica, ma soprattutto del mondo dell’infanzia ha una considerazione più alta, ma soprattutto giusta, degli autori di programmi simili. Speriamo bene dunque, e ad maiora.